La strage di Amendolara e il grido del vescovo Savino: «Non è violenza, è un sistema di dominio»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La pianura della Sibaritide, scenario di un’economia agricola spesso opaca, è stata nuovamente squarciata da un atto di violenza talmente radicale da sembrare inaudito, se solo non fosse l’ennesimo anello di una catena fatta di sfruttamento e silenzi.

Le immagini del minivan trasformato in una fornace, un rogo che ha cancellato le vite di quattro braccianti – gli afghani Waseem Khan, Fazal Amin Khogyan, Ismat Ullah Qiemi e il pakistano Amjad Safi – hanno spinto il vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, a lanciare una denuncia che va ben oltre la condanna dei due indagati, Alì Raza e Ahmed Safeer.

«Vedere uomini arsi vivi – ha dichiarato il presule, vicepresidente della Cei – è un fallimento per tutti», sottolineando come il vero «rischio più vile» sia quello di cadere nell’alibi etnico, ovvero quello di archiviare l’orrore come una mera faida tra stranieri, quando invece affonda le radici in un meccanismo economico perverso che trasforma i poveri in «carne da bruciare».

«Una trappola omicidiaria» e la lentezza della giustizia

Il giudice per le indagini preliminari, nel convalidare il fermo della Procura di Castrovillari, ha utilizzato un termine preciso e agghiacciante: «trappola omicidiaria». Secondo l’ordinanza, Raza e Safeer – che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere – avrebbero agito con una «glaciale risoluzione criminosa» dopo una lite scoppiata nelle ore precedenti.

L’unico superstite, Taj Mohammad Alamyar, scampato alle fiamme grazie alla fuga dal portellone, ha raccontato di aver visto i due chiudere ermeticamente le portiere mentre l’auto andava a fuoco, una crudeltà che il gip ha definito come una «morte atroce» voluta per punire i braccianti di aver chiesto un contratto o il pagamento del dovuto.

Non si trattava, dunque, di un raptus improvviso, ma di una punizione esemplare in cui la benzina del distributore è diventata lo strumento per riaffermare un possesso, quello sui corpi dei più deboli, che trova terreno fertile nelle sacche di illegalità dei capannoni e dei ghetti rurali calabresi.

Caporalato o «padronato»? Il ruolo italiano dietro le quinte

A smontare la narrazione che vorrebbe questo massacro confinato alla criminalità tra immigrati, provvede lo stesso vescovo Savino quando parla di «struttura di dominio» e «zone grigie». Analizzando il contesto che ha prodotto quella morte orribile, si scopre che i quattro lavoratori vivevano in condizioni di vera e propria schiavitù: stipati in una stanza in dieci, sballottati su mezzi fatiscenti e pagati una miseria.

La stessa azienda agricola lucana che li aveva assunti, pur dichiarando bonifici tracciati di 350 euro per un mese di lavoro, non è stata capace di produrre le buste paga del periodo successivo, lasciando aperti interrogativi su quante ore realmente passassero chini sulle fragole. Da tempo, inchieste giornalistiche hanno superato il termine «caporalato» per coniare una definizione più cinica: «padronato».

Si tratta di un sistema a trazione italiana, dove a imprenditori privi di scrupoli si affiancano commercialisti, notai e amministratori che facilitano lo sfruttamento, chiudendo gli occhi di fronte al doping (i braccianti spesso sono costretti ad assumere farmaci per reggere i ritmi) o alla somministrazione di fitofarmaci letali.

Jerry Masslo e il «mai più» tradito

Se si riavvolge il nastro della memoria, il fantasma che aleggia sulla statale 106 è quello di Jerry Masslo. Era il 1989 quando il rifugiato sudafricano venne ucciso a colpi di pistola a Villa Literno, un delitto che suscitò una tale ondata di indignazione da costringere il Parlamento ad approvare la legge Martelli, aprendo le porte alla regolarizzazione di migliaia di migranti. Trentasette anni dopo, il rogo di Amendolara dimostra che la lezione è stata non solo dimenticata, ma volutamente rimossa.

«C’era una volta Jerry Masslo – commenta amaramente un analista – il primo a lasciarci la pelle, o almeno, il primo di cui c’accorgemmo». Quel «mai più!» gridato da duecentomila persone è stato soffocato dall’abitudine e dalla convenienza. Oggi, come denunciato da più parti, i braccianti subiscono violenze psicologiche (dalle minacce con coltelli durante i viaggi ai ricatti sessuali sulle donne) che nulla hanno da invidiare al passato, se non forse una maggiore abilità dei nuovi schiavisti nel restare impuniti grazie a una cortina di omertà.

La responsabilità della filiera e il silenzio delle coscienze

Savino, nel suo intervento, ha tuonato contro la «commozione di circostanza», quella retorica del dolore che consuma la prima pagina dei giornali per poi svanire non appena la polvere si posa. La sua accusa si estende a chi, pur non versando direttamente la benzina, alimenta il mercato: consumatori che vogliono prezzi bassi a ogni costo e una politica che troppo spesso usa i flussi migratori come mero strumento di propaganda, trascurando il controllo delle filiere.

Il caso di Amendolara è un concentrato di tutte le piaghe del sistema agroalimentare: la vittima (il bracciante) viene uccisa dal suo stesso aguzzino (il caporale), il quale è a sua volta funzionale a un datore di lavoro italiano che, come ammesso dagli stessi indagati, «mangia sulla nostra pelle».

Finché l’attenzione resterà focalizzata solo sulla crudeltà dei singoli esecutori – dimenticando che senza lo sfruttamento strutturale e la disponibilità di manodopera «usa e getta» queste morti non avrebbero motivo di esistere – le fiamme continueranno a divampare in quella che il vescovo ha definito una «terra che accetta lo sfruttamento come destino».

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