Se alzi la voce, muori: la strage dei braccianti di Amendolara

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inferno, per quei quattro uomini, è iniziato molto prima che il minivan prendesse fuoco in quella stazione di servizio della Statale Jonica. Le indagini della procura di Castrovillari, coordinate dal procuratore Alessandro D’Alessio, hanno infatti ricostruito un contesto di schiavitù moderna dove la ribellione, anche solo quella verbale di chi chiede un contratto o un salario dignitoso, viene punita con una ferocia inaudita.

I corpi senza vita di Ullah Ismat Qiemi (diciannovenne afghano), Fazal Amin Khojani (28 anni), Safi Iayjad (27 anni) e Waseem Khan (29 anni) sono stati ritrovati tra la carcassa annerita del veicolo, intrappolati da maniglie rotte e da un blocco di sicurezza per bambini attivato appositamente per impedire loro la fuga. L’unico superstite, Taj Mohammed Alamyar, si è salvato lanciandosi dal bagagliaio: ha riportato gravi ustioni e una frattura, ma la sua testimonianza sta facendo luce sul movente del massacro.

La trappola dei caporali e la routine dello sfruttamento

I fatti risalgono al primo giugno, quando il gruppo di braccianti, composto prevalentemente da afghani e pakistani, stava rientrando dopo una giornata di raccolta di fragole nell’azienda agricola “Zuccarella” di Scanzano Jonico. Vivevano ammassati in una modesta abitazione a Villapiana, in provincia di Cosenza, condividevano spazi angusti e, secondo quanto emerso, dormivano separati dai due presunti caporali – Alì Raza e Ahmed Safeer – che occupavano il pianterreno.

La mattina della strage, una lite furiosa era scoppiata proprio a causa delle condizioni disumane: Khojani avrebbe dato un pugno all’occhio di Safeer, protestando per la mancanza di un regolare contratto e per la miseria dei 350 euro (per cinque giorni di lavoro) ricevuti come unico pagamento documentato. L’ombra del “lavoro grigio”, dove una parte minima è tracciata tramite bonifico e il resto sparisce in nero, grava su questa vicenda, così come il sospetto che dietro il racket della manodopera possa esserci la mano della criminalità organizzata.

Il boomerang della legalità: la piazza chiede il sequestro preventivo

Nel corteo organizzato da Cgil e Flai Cgil ad Amendolara, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha forzato il dibattito politico, chiedendo un salto di qualità nella repressione del fenomeno. Le sue dichiarazioni – riprese ai margini della manifestazione – non si sono limitate alla constatazione dell’orrore, ma hanno proposto un’arma giuridica specifica: il sequestro preventivo delle aziende che, pur senza essere formalmente denunciate per caporalato, impiegano manodopera ridotta in schiavitù.

"Non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare del padronato", ha tuonato Schlein, riferendosi a quelle che la procura potrebbe definire come "connivenze" datoriali che chiudono un occhio sui metodi di reclutamento pur di ottenere forza lavoro a basso costo. L’appello, accolto da una parte dei manifestanti, mira a colpire il portafoglio degli imprenditori, rendendo economicamente insostenibile lo sfruttamento.

La "rivolta delle coscienze" secondo Landini e la realtà degli accertamenti

A fare eco alla leader dem è stato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, presente al corteo nonostante le frizioni politiche degli ultimi mesi. Landini ha parlato di una "rivolta morale e sociale" necessaria per aprire gli occhi su un sistema che non riguarda solo l’agricoltura, ma anche l’edilizia e la logistica, sia al Nord che al Sud. La sua analisi, tuttavia, non si è fermata al piano teorico: ha puntato il dito contro la legge 199/2016, ritenendola insufficiente perché attuata male e aggirata dagli appalti e subappalti selvaggi.

Mentre la politica alzava il tono in piazza, gli inquirenti continuavano a lavorare sui tabulati e sulle registrazioni delle telecamere del distributore IP – andato completamente distrutto – per accertare se i due arrestati abbiano agito da soli o se facessero parte di una rete più ampia che controlla il flusso di migranti dalla Sardegna (dove molti di loro avevano lavorato in una ex azienda di rifiuti) fino ai campi della bassa Calabria.

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