La strage di Amendolara e il silenzio dei “caporali”: fermati due pakistani per i braccianti bruciati vivi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’orrore, nella sua manifestazione più cieca e violenta, è esploso lunedì scorso lungo la fascia jonica del cosentino, trasformando una banale sosta in una trappola mortale. Intorno alle 13, presso un distributore di carburante di Amendolara, due presunti caporali di nazionalità pakistana hanno cosparso di benzina l’abitacolo di un minivan per poi appiccarvi il fuoco, con l’accendino che ha fatto da detonatore a una furia omicida difficilmente decifrabile nei suoi contorni quotidiani.

All’interno del veicolo, cinque braccianti afghani stavano rientrando dopo una giornata di lavoro, forse una delle tante in cui la fatica si mescola alla sopraffazione; quattro di loro sono rimasti intrappolati tra le lamiere contorte, bruciati vivi senza scampo. Taj Mohammad, l’unico dei cinque a essere riuscito a strapparsi a quel destino, ha raccontato ai microfoni del TgR Calabria la sequenza concitata della fuga: un colpo secco con la testa contro il vetro, le mani a spaccare i frammenti mentre gli altri urlavano, e poi il rotolare sull’asfalto con la pelle ustionata ma viva.

Le voci dal silenzio e la meccanica dello sfruttamento

Non si tratta però di un episodio isolato né di una dinamica inedita, laddove il fenomeno del caporalato – quel sistema di intermediazione illecita della manodopera che affonda le radici in un passato rurale mai del tutto sopito – rappresenta l’humus in cui germoglia la violenza. C’è un secondo sopravvissuto, un giovane di nome Azrat Helal Armani, che quel lunedì non si è presentato nei campi perché ammalato, come del resto accade a molti di loro: «Stavo male», ha dichiarato in un italiano frammentario, «da quando siamo in Calabria ci ammaliamo tutti, uno dopo l’altro. le giornate sono troppo faticose». Lui e i suoi connazionali condividevano una vita grama in un bilocale a Villapiana, un’esistenza ridotta all’osso dove – a sentire le loro testimonianze – i datori di lavoro pakistani concedevano un tetto e un piatto di cibo, ma mai, o quasi mai, il salario pattuito.

Taj Mohammad è stato ancora più esplicito nel descrivere il clima di terrore che precedeva la micidiale esplosione di violenza: «Ci minacciavano con le armi», ha mimato il gesto della pistola, ripercorrendo i contorni di una schiavitù moderna dove il debito e la paura sostituiscono la moneta sonante.

La risposta investigativa e la quiete apparente della legalità

La macchina giudiziaria, in queste ore, ha operato con una rapidità che stride con la lentezza abituale delle inchieste territoriali: i due presunti responsabili, entrambi pakistani, sono stati rintracciati e fermati con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Il movente, almeno stando ai primi riscontri e alle dichiarazioni dei superstiti, affonderebbe le radici in una pretesa troppo alta da parte delle vittime: quella di ricevere la paga per il lavoro svolto, una richiesta che nel folle codice dei “caporali” rappresenta una sorta di lesa maestà.

«Volevano i soldi per il trasporto, loro non volevano darli», ha sintetizzato l’unico testimone oculare scampato alla strage, confermando l’esistenza di una “grande mafia del Pakistan” capace di gestire flussi, paure e soprusi nell’ombra delle serre calabresi.

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha espresso «profonda indignazione» per la vicenda, affidando alla magistratura il compito di «fare piena luce» sugli accadimenti; dichiarazioni che, sebbene istituzionalmente doverose, si scontrano con la consapevolezza che episodi di questa gravità estremapotrebbero rappresentare solo la punta più cruenta di un iceberg di illegalità diffusa e silenziosa.

La geografia dell’abbandono e la fragilità delle vittime

Amendolara, comune dell’Alto Ionio Cosentino noto per la produzione agricola e per un paesaggio che ancora conserva tracce di antiche colonizzazioni greche, diventa così teatro di un massacro che non è solo cronaca nera, ma spietata radiografia sociale.

I braccianti, per lo più richiedenti asilo o titolari di una protezione temporanea, rappresentano la manodopera flessibile per eccellenza: vivono stipati in alloggi fatiscenti, si ammalano per gli sforzi immani – come racconta Azrat – e subiscono la deportabilità come una spada di Damocle che impedisce qualsiasi ribellione. L’uso della benzina e dell’accendino non è solo un metodo esecutivo per uccidere; è un messaggio, un simbolo della disumanizzazione di chi viene considerato alla stregua di una merce scadente.

Taj Mohammad è riuscito a salvarsi con una testata contro il vetro, un gesto disperato di un uomo che, in fin dei conti, ha spezzato il vetro così come avrebbe voluto spezzare le catene del ricatto che lo legavano ai suoi carnefici.

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