Il quarto anno di guerra e lo scisma che divide l'Occidente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quattro anni. Un lasso di tempo che, nelle intenzioni iniziali del Cremlino, avrebbe dovuto essere sufficiente per una fulminea presa di Kiev e per la riannessione dell'Ucraina nella propria sfera d'influenza imperiale. E invece, quel 24 febbraio del 2022, giorno in cui le truppe di Mosca varcavano i confini dando inizio alla cosiddetta "operazione militare speciale", si è trasformato nella data d'avvio del più grande conflitto convenzionale in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale -2. Un conflitto che, lungi dall'esaurirsi in poche settimane, si è cristallizzato in una guerra di logoramento, di posizione, dove il fronte, fatto di trincee e campi minati, si misura ormai in passi e in chilometri quadrati avanzati o persi al prezzo di migliaia di vite umane -6. Lo scorso anno, le forze russe sono riuscite a conquistare poco più dell'1% del territorio ucraino, una porzione di terra che, secondo alcune stime, è costata circa 78 vittime per ogni chilometro quadrato, numeri che raccontano la natura atroce e dispendiosa di questa fase della guerra -2-6.

Ma se sul campo di battaglia il conflitto procede a rilento, con avanzate misurate in metri e una linea di contatto che, salvo piccole riconquiste ucraine nel sud e iniziative in profondità come l'attacco a un aeroporto nella regione russa di Oryol, resta sostanzialmente congelata -6-9, è sul piano geopolitico che si sta consumando una frattura forse altrettanto profonda. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha infatti innescato un terremoto diplomatico le cui onde d'urto stanno ridefinendo gli allineamenti transatlantici. L’approccio del presidente americano, improntato a un "mediatore transazionale" più interessato a accordi economici esclusivi che alla coesione occidentale, ha mandato in frantumi l'unità che aveva caratterizzato la risposta all'aggressione nei primi anni -3-5. L'incontro di Ferragosto in Alaska tra Trump e Putin, dal quale emerse il cosiddetto "spirito di Anchorage", ha rappresentato un punto di svolta: da quel momento, il negoziato ha preso una piega in cui Kiev e gli alleati europei hanno faticato a mantenere un ruolo da protagonisti, ritrovandosi spesso spettatori di un dialogo a due che li riguarda direttamente -5.

L'Ucraina, dal canto suo, si trova a dover navigare in queste acque sempre più agitate con un consenso interno in calo e risorse umane messe a dura prova. Il presidente Volodymyr Zelensky, che proprio in questi giorni interverrà dinanzi al Parlamento europeo in una seduta straordinaria, deve fare i conti con la necessità di garantire la sicurezza futura del Paese, con il processo di adesione all'Unione Europea che, sebbene sostenuto, procede con i suoi tempi burocratici, e con le pressioni di Washington per una soluzione rapida -1-5-7. La proposta americana, che sembra ricalcare le richieste russe sul Donbass, prevedrebbe un ritiro delle forze ucraine per creare una zona demilitarizzata, un'ipotesi che appare inaccettabile non solo a Kiev ma anche per la maggioranza dell'opinione pubblica ucraina, fermamente contraria alla cessione di territori -7. Mentre Mosca, forte di una superiorità numerica e di una capacità di resistenza alle sanzioni che non ha portato al collasso previsto, ammette candidamente di non aver ancora raggiunto i propri obiettivi, giustificando così la prosecuzione delle ostilità -10.

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