Nord Sud Ovest Est 2x01-2x02 recensione: il prezzo del successo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La fama è una lente d'ingrandimento che deforma tutto, anche le amicizie più solide. È questo il nodo centrale che Sydney Sibilia e il suo team di sceneggiatori — tra cui il piacentino Francesco Agostini e Marco Pettenello — hanno scelto di esplorare nei primi due episodi di Nord Sud Ovest Est, la seconda e ultima stagione dedicata alla leggendaria storia degli 883, disponibile dal 9 ottobre su Sky e in streaming su NOW.

Dopo il trionfo di Hanno ucciso l'Uomo Ragno, che nel 2024 aveva conquistato il pubblico con il racconto della gavetta pavese, la serie riparte da un punto apparentemente paradossale: cosa succede quando il sogno si avvera e scopri che non è abbastanza.

I Righeira come specchio deformante

La scelta più audace di questa apertura di stagione è la digressione nel primo episodio, che abbandona momentaneamente Max Pezzali e Mauro Repetto per raccontare la storia dei Righeira. Non è un semplice esercizio di nostalgia anni Ottanta, ma un dispositivo narrativo che costruisce un parallelo preciso: due amici conosciutisi tra i banchi di scuola, una passione comune per la musica, un successo fulminante e poi, inevitabilmente, la domanda su cosa resti quando i riflettori si spengono.

Johnson e Michael Righeira, all'anagrafe Stefano Righi e Stefano Rota, non erano fratelli ma due compagni di liceo torinesi che avevano costruito un'identità artistica basata su una finzione dichiarata. Vamos a la playa era esplosa nel 1983, seguita da No tengo dinero, mentre nel 1985 L'estate sta finendo aveva conquistato il Festivalbar.

Il punto non è tanto la cronologia delle hit, quanto la differenza sostanziale che Sibilia sceglie di evidenziare: quando le strade dei Righeira si sono divise, Johnson ha scelto la musica; Max, davanti allo stesso bivio, sceglierà Mauro.

Il blocco creativo e la sindrome del secondo album

Il secondo episodio riporta il focus sui protagonisti e lo fa calandoli nella cosiddetta sindrome del secondo album. Dopo aver venduto oltre settecentomila copie del primo disco, Max e Mauro devono dimostrare di non essere un fuoco di paglia, e la pressione si materializza in una tavernetta trasformata in studio di registrazione improvvisato.

Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli restituiscono con efficacia la chimica che aveva reso memorabile la prima stagione, ma aggiungono una sfumatura diversa: se Mauro resta il motore visionario e irrequieto, è Max a portare il peso della responsabilità creativa, quello che si interroga su dove stia andando la sua scrittura mentre tutti gli chiedono di replicare la formula. La scena in cui una nuova canzone comincia a prendere forma — Sei un mito — sotto gli occhi dello spettatore è un piccolo momento di grazia che mostra il processo creativo senza didascalismi.

La nostalgia come scenografia concreta

Uno degli aspetti più riusciti della produzione continua a essere la ricostruzione materiale degli anni Novanta, che evita la trappola della cartolina patinata. I calzini fluorescenti, i giubbotti di pelle, le musicassette e gli antenati delle emoticon — gli "smile" — non sono semplici citazioni ma elementi di un mondo che aveva una consistenza artigianale, quasi ingenua. La sigla di Con un deca funziona ancora per la stessa ragione: hamburger americani e videogame diventano il linguaggio visivo di una generazione che sognava il futuro senza sapere come sarebbe stato.

In questo senso, la regia di Sibilia e Alessio Lauria costruisce un ponte tra il racconto biografico e l'esperienza collettiva, evitando di ridurre tutto a un esercizio di memoria.

Qualche ridondanza nel secondo episodio

Se il primo episodio colpisce per la scelta di partire "alla larga", costruendo un contrappunto che arricchisce il tema centrale, il secondo accusa una lieve flessione nel ritmo. La gestione del blocco creativo e le dinamiche sentimentali di Max, ancora legato a Silvia ormai trasferita a Dublino, occupano molto spazio senza aggiungere particolari sfumature a quanto già visto.

La tentazione di indugiare sulla routine della celebrità — le interviste, le feste, le fan che fermano i due ragazzi per strada — finisce per rallentare una narrazione che, altrove, aveva dimostrato di saper procedere con passo più sicuro. È una ridondanza contenuta, che non compromette la solidità dell'impianto, ma segnala come la serie si trovi più a suo agio quando osa spostare l'angolo di osservazione piuttosto che quando resta ancorata alle dinamiche più prevedibili del dietro le quinte.

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