Barbara D’Urso rompe il silenzio sulla denuncia a Mediaset: “Io fuori per vendetta”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
C’è un atto secondo, in questa vicenda che intreccia palinsesti, poltrone e presunte ritorsioni, e porta la firma – inevitabilmente divisiva – di Barbara D’Urso. La conduttrice, dopo aver depositato a fine aprile una denuncia formale contro la sua ex azienda, ha scelto il quotidiano La Stampa e le domande di Maria Corbi per aprire un varco in quello che definisce un muro di silenzi e blindature interne. Ne esce un racconto privo di mezzi termini, dove l’allontanamento da Canale 5 – avvenuto senza proclami ma con strascichi giudiziari – viene riletto come l’esito di una sorta di resa dei conti personale: “Per esclusione”, spiega, i motivi del suo addio sembrerebbero riconducibili a una vendetta, quasi un atto dovuto da parte di chi, al Biscione, non le avrebbe perdonato qualcosa che l’intervista non specifica ma che traspare tra le righe.
La trattativa bloccata con la Rai e i 16 anni di programmi senza diritti
Uno dei passaggi più netti, nella ricostruzione offerta dalla D’Urso, riguarda il presunto “blocco delle trattative per la conduzione di programmi in Rai”: un’interdizione che, se confermata, trasformerebbe il conflitto con Mediaset in una guerra per procura giocata sul mercato televisivo nazionale. Non solo. La conduttrice rivendica inoltre il mancato pagamento dei diritti per i programmi da lei ideati e condotti nell’arco di sedici anni su Canale 5 – un arco temporale lungo, costellato di successi pomeridiani e prime time discussi – e anticipa di possedere ogni tipo di prova a sostegno delle sue tesi: chat, messaggi, documenti conservati come fossero reperti di un processo imminente. Tra questi, dice, ci sarebbero anche elementi utili a sostenere le accuse già lanciate verso Maria De Filippi e Silvia Toffanin, due nomi pesanti del sistema Mediaset, senza che però vengano anticipati i contenuti specifici di quei colloqui o delle conversazioni digitali.
Il post offensivo del 2023 e le scuse che non sono arrivate
C’è poi un dettaglio che la D’Urso trasforma in simbolo dell’intera frattura: un post offensivo a lei rivolto, pubblicato sui canali social di Mediaset nel 2023. La conduttrice lo definisce un atto pubblico di scortesia istituzionale, quasi una sigla di chiusura ante litteram, e pretende delle scuse formali che, ad oggi, non sarebbero ancora state recapitate. Quel post – che lei cita senza trascriverlo ma descrivendo come “offensivo” – diventa così l’emblema di un allontanamento giudicato poco trasparente, dove il movente economico (i diritti non versati) si mescola con il piano reputazionale. E dove la “vendetta personale” evocata nell’intervista assume i contorni di una strategia, più che di un improvviso sfogo.
Prove, chat e un’offerta definita umiliante
La conduttrice, che alle spalle ha una carriera di volto popolare senza eguali nel daytime dell’emittente, si dice pronta a depositare tutto in tribunale: gli scambi di messaggi, le registrazioni, i testimoni che avrebbero assistito a riunioni o telefonate decisive. Nel racconto a La Stampa emerge anche il rifiuto di una proposta di mediazione, definita “umiliante” – aggettivo che lascia intendere uno squilibrio economico o di condizioni tale da rendere impraticabile qualsiasi accomodamento. La querelle, finita ormai nelle aule di giustizia, non contempla spiragli di riconciliazione immediata: da un lato c’è chi invoca i diritti d’autore su format e conduzioni, dall’altra chi ha già provato (invano, secondo la D’Urso) a chiudere bonariamente la partita. La conduttrice non parla di risarcimenti milionari né cifra le sue pretese, ma ribadisce con forza un concetto: “Ho tutto ciò che serve per dimostrare quello che dico”.




