Rating Italia e spread: il miglioramento c'è, ma le ragioni vanno cercate altrove
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Redazione Economia
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La recente rivalutazione del rating sul debito pubblico italiano da parte di Moody's, passato dopo ventitré anni da Baa3 a Baa2, è un dato di fatto che, unito alla contrazione dello spread Btp-Bund sotto una soglia psicologica come gli 83 punti base, delinea un quadro finanziario indubbiamente più favorevole rispetto al passato. Le istituzioni, com'è nella loro natura, hanno colto l'occasione per enfatizzare il risultato, dipingendolo come il frutto tangibile di una gestione accorta e di politiche economiche efficaci. Tuttavia, una disamina più attenta e meno condizionata dalla narrazione politica impone di scindere il merito dalla contingenza, osservando come il miglioramento dei parametri finanziari del paese sia spesso trainato da fattori macroeconomici e di contesto globale che trascendono, in buona parte, l'azione di un singolo esecutivo.
Un cambio di prospettiva che solleva interrogativi
Appare dunque singolare, a chi osserva la scena da tempo, il radicale mutamento di toni rispetto al passato: le stesse agenzie di rating, i cui giudizi furono bollati in non lontane occasioni come "attendibili quanto la previsione di una cartomante" e le cui istituzioni furono addirittura definite "pagliacci", oggi vengono citate come fonti autorevoli a sostegno dell'operato governativo. Questa inversione di rotta nella comunicazione, per quanto comprensibile sul piano politico, induce a riflettere sulla strumentalità di certi riconoscimenti, il cui valore intrinseco non dovrebbe essere assoluto ma sempre relativizzato al momento e al ciclo economico. Del resto, la stessa Moody's ha motivato la sua scelta citando non solo i conti in ordine, ma anche il ritmo sostenuto nell'attuazione del Pnrr, un piano concepito e finanziato in un quadro europeo che precede l'attuale legislatura.
I mercati rispondono a logiche composite
La dinamica dello spread, che gli investitori guardano con attenzione per definire il giusto mix di titoli di Stato su cui allocare il capitale, risente di una pluralità di elementi. Tra questi, certamente, vi è la stabilità politica e la credibilità fiscale di un paese, ma un peso altrettanto significativo lo hanno le attese sull'andamento dei tassi di interesse delle principali banche centrali, la liquidità globale e la ricerca di rendimento in determinati segmenti di mercato. Il cosiddetto "anno di grazia" per il debito italiano coincide, non a caso, con un periodo in cui gli investitori istituzionali, alla ricerca di asset che offrano un certo premio al rischio, hanno trovato nei Btp, anche a scadenza quinquennale, un'opportunità interessante, indipendentemente dalle valutazioni delle agenzie. Alcuni di essi, infatti, avevano già iniziato a riconsiderare l'Italia nei mesi precedenti, anticipando di fatto la decisione formale dei rating.
Il quadro resta fragile e dipendente da fattori esterni
La fotografia scattata dall'agenzia, sebbene benevola, non cancella d'un tratto le vulnerabilità strutturali dell'economia nazionale, prima fra tutte l'enorme stock di debito pubblico che richiede una gestione prudente e di lungo periodo. L'ottimismo dei mercati, per sua natura volatile, può svanire rapidamente di fronte a nuove turbolenze geopolitiche o a uno sviamento dalla disciplina di bilancio. La cronaca giudiziaria, peraltro, ricorda come situazioni di instabilità interna possano emergere in modo imprevisto: recenti inchieste, condotte con riserbo per non interferire con gli accertamenti, hanno portato alla luce legami tra mondi apparentemente distanti, mostrando come la salute finanziaria di un paese sia inscindibile dalla qualità delle sue istituzioni e dalla trasparenza delle sue dinamiche di potere. Questi episodi, sebbene trattati con la dovuta cautela dalle autorità, costituiscono un monito sul fatto che la fiducia, una volta conquistata, va nutrita con coerenza e non con proclami.




