Draghi e il vicolo cieco dell'Europa tra federalismo e democrazia
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Redazione Esteri
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L'allarme lanciato da Mario Draghi sulla condizione dell'Unione Europea, il cui fallimento strutturale è ormai palese, coglie nel segno una vulnerabilità che rischia di diventare cronica e irreversibile. L'ex presidente della Bce, pronunciandosi in un intervento di notevole peso a Lovanio, ha delineato con freddezza analitica i contorni di un continente che, di fronte alla competizione aggressiva delle superpotenze globali, rischia una pericolosa subalternità, accompagnata da processi di deindustrializzazione e da divisioni interne sempre più marcate. La diagnosi, tuttavia, appare più convincente della terapia proposta, che si sostanzia in una spinta verso un "federalismo pragmatico" e verso l'adozione del voto a maggioranza in seno al Consiglio Europeo per sveltire i processi decisionali.
Il prezzo politico dell'efficienza
È proprio su questo punto che il ragionamento di Draghi, per quanto supportato da una solida argomentazione tecnica, mostra la corda di una visione che trascura elementi politici fondamentali. Accelerare le decisioni comuni sopprimendo di fatto il potere di veto nazionale significherebbe infatti, come egli stesso ammette, ridurre a zero il peso dei parlamenti nazionali e, per estensione, delle democrazie che essi rappresentano. I cittadini dei diversi paesi vedrebbero così svanire, in un colpo solo, quell'ultimo strumento di difesa della propria sovranità, pur limitata, con conseguenze imprevedibili sul già fragile consenso popolare verso le istituzioni di Bruxelles. Un'efficienza ottenuta a scapito della legittimità democratica rischierebbe di rivelarsi un boomerang, alimentando quelle stesse pulsioni centrifughe che si intenderebbero contrastare.
L'integrazione come frutto del caso e della negoziazione
Il richiamo a un "federalismo pragmatico", del resto, sembra scontrarsi con la natura stessa del processo di integrazione europea, che nella sua storia più riuscita è stato ben lungi dall'essere il frutto di un disegno unitario e coerente. Come osservato da alcuni analisti, le più significative innovazioni politiche nascono raramente da progetti deliberati, emergendo piuttosto dall'intreccio – e spesso dallo scontro – tra numerosi attori, ciascuno mosso da interessi particolari. Il risultato, spesso inatteso, è il prodotto di una continua negoziazione. Abbandonare questa logica complessa, seppur farraginosa, in nome di una supposta efficienza centralizzata, potrebbe significare rinunciare alla flessibilità che ha permesso all'idea europea di sopravvivere a crisi profonde.
La sovranità perduta e l'ombra delle divisioni
Ciò non toglie che la fragilità denunciata da Draghi sia un dato di fatto con il quale l'Europa deve necessariamente fare i conti. L'incapacità di parlare con una voce sola sulla scena internazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump riconferma una politica estera improntata a un netto interesse nazionale, rende il vecchio continente esposto a ogni turbolenza geopolitica. Il progetto di un'Europa capace di garantire pace e integrazione, di far circolare persone e merci, di armonizzare sistemi formativi e produttivi, appare oggi gravemente compromesso non solo dalle guerre ai propri confini, ma da un cambiamento d'epoca che ne sta erodendo rapidamente il peso relativo. Superare la frammentazione, come Draghi giustamente sostiene, è condizione essenziale per preservare una quota di sovranità, ma il percorso per farlo non può prescindere dal consenso dei popoli, che non può essere semplicemente architettato dall'alto.




