Gianni Cervetti, l’ultimo “migliorista” che chiuse i conti con l’oro di Mosca
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Redazione Interno
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Si è spento a 92 anni Gianni Cervetti, figura cardine della transizione del comunismo italiano e ultima traccia vivente di una generazione di dirigenti che hanno maneggiato i fili della Guerra Fredda in punta di diritto e di bilancio. Non si tratta soltanto della scomparsa di un ex parlamentare europeo o di un ex deputato, ma di un passaggio epocale per chi ha seguito le evoluzioni del Partito Comunista Italiano; Cervetti, infatti, era l’uomo che conosceva i numeri esatti di quel legame simbiotico – e poi reciso – con Mosca. A lui, che l’Unione Sovietica l’aveva studiata dal vivo negli anni del “disgelo” di Nikita Krusciov, toccò il compito più delicato: gestire il distacco finanziario che avrebbe trasformato il Pci in un partito autonomo, un’operazione condotta con la riservatezza di un signore della guerra più che con la retorica di un ideologo.
La sua formazione politica, va detto, avvenne sui banchi dell’Università di Mosca dove il partito lo mandò a studiare Economia; fu lì, nella capitale sovietica, che assimilò la dottrina ma anche conobbe la moglie, legando in modo indissolubile la sua vita privata alla sua parabola ideologica. Tornato a Milano, lavorò nella Cgil per poi diventare il braccio organizzativo di Enrico Berlinguer, una militanza che non gli impedì di coltivare un’altra grande passione per la cultura, tanto da risultare tra i fondatori dell’Orchestra Verdi di Milano. Tuttavia, è nel ricordo di quella celebre riunione segreta alla Camera, avvenuta nel 1975, che molti colleghi e storici collocano il suo vero spartiacque: insieme a Berlinguer e a Gerardo Chiaromonte decise di chiudere i rubinetti dei finanziamenti dal Pcus, un atto che politicamente equivaleva a dichiarare l’indipendenza dall’Urss ancor prima della svolta della Bolognina.
Lo “sporco lavoro” dei rubli e l’autonomia italiana
Non fu mai un semplice esecutore, Cervetti, ma l’architetto di una complessa operazione di trasparenza interna che molti, all’epoca, consideravano un tradimento. Dopo la caduta del Muro, pubblicò “L’oro di Mosca”, un’opera nella quale non solo ammetteva l’esistenza dei fondi, ma ne descriveva la funzione: un flusso costante (che lui paragonava al finanziamento americano per la Democrazia Cristiana) che serviva a tenere in piedi la macchina organizzativa del più grande partito d’Occidente. La sua fu una scelta pragmatica, quasi dolorosa per un uomo che aveva vissuto in prima persona la retorica del socialismo reale; mentre Gorbaciov cercava di riformare il sistema, Cervetti era già proiettato verso un’Europa dei popoli, sostenendo l’ingresso di Altiero Spinelli nelle liste del Pci. In quegli stessi anni, fu ministro “ombra” della difesa dal 1989 al 1992, un ruolo che dimostra quanto la sua credibilità istituzionale fosse solida anche agli occhi di chi, nel Palazzo, temeva l’ingerenza straniera.
L’amicizia con Napolitano e l’anima “migliorista”
La sua vicenda personale è inscindibile da quella di Giorgio Napolitano, con il quale condivise la corrente “migliorista” del partito. Una corrente, questa, che propugnava una lenta evoluzione del capitalismo e un dialogo senza pregiudizi con il PSI di Craxi – eresia per la vecchia guardia filosovietica, ma necessità per chi come Cervetti guardava all’Occidente. Quando Napolitano venne eletto al Colle, nel 2006, Cervetti non nascose l’emozione; eppure, nonostante l’affetto per l’ex Presidente, non smise mai di incarnare quel rigore morale che lo portava a criticare le derive della sinistra attuale. Nelle interviste rilasciate fino ai novant’anni, lamentava la mancanza di un “partito di massa”, una formula che suonava vintage ma che per lui descriveva l’urgenza di una politica aderente alla società, lontana dagli egoismi e dalle lacerazioni interne al Pd. Anche in punto di morte, il suo giudizio sul presente restava ancorato al dovere della memoria: la premier donna e la segretaria del Pd donna rappresentavano, ai suoi occhi, l’unico vero progresso visibile in un panorama altrimenti desolante.
Un’eredità contesa tra passato e oblio
La segretaria del Pd, Elly Schlein, lo ha ricordato come una “personalità di dialogo e risoluta”, ma è probabile che l’eredità più autentica di Cervetti sia proprio quella difficile mediazione tra il rigore delle origini e la realtà del presente. Milano, la città che lo vide crescere nell’osteria di Porta Magenta e che lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, perde un testimone prezioso. A qualcuno potrebbe apparire paradossale, ma l’uomo che studiò i piani quinquennali di Krusciov trascorse gli ultimi anni della sua vita collezionando centinaia di edizioni della “Divina Commedia”, quasi a cercare nella poesia medievale una chiave per comprendere un mondo politico che, secondo lui, era precipitato nel Limbo o, peggio, agli albori del Purgatorio.




