Renato Pozzetto, il ritorno a Gemonio tra locandine e ricordi davanti a una cinquantina di manifesti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È tornato, a sorpresa, nel paese che lo ha accolto e che, in qualche modo, ne ha custodito l’anima cinematografica. Renato Pozzetto, ottantacinque anni e un’intera epoca della commedia italiana sulle spalle, ha varcato la soglia della biblioteca comunale di Gemonio, quel piccolo centro del Varesotto al quale – insieme alla vicina Laveno Mombello – lo lega un affetto profondo, quasi familiare. L’occasione per rivederlo in pubblico, dopo un periodo di relativa assenza dai riflettori, è stata l’inaugurazione di una mostra che celebra proprio il suo lavoro: una cinquantina di locandine originali, provenienti dall’archivio del “Bar del Cult”, raccontano in ordine sparso – ma con efficacia – la carriera di un attore che, da queste parti, ha girato scene destinate a diventare immortali.
L’iniziativa, ospitata tra le sale della biblioteca, ha il pregio di restituire fisicamente un pezzo di storia popolare. I manifesti, appesi con cura, richiamano alla mente non solo i film ma anche un’epoca, un modo di fare cinema che Pozzetto ha contribuito a definire. Di fronte a quelle immagini, l’attore stesso si è lasciato andare a un paragone che suona quasi come un’autobiografia per immagini: “Io come il ragazzo di campagna”, ha detto, quasi a voler suggellare il legame indissolubile tra la sua cifra artistica e i luoghi che lo hanno visto protagonista. La mostra, a ingresso libero, resterà allestita fino al 16 maggio prossimo, offrendo a residenti e visitatori il tempo necessario per immergersi in questo viaggio attraverso la memoria collettina.
La folla spontanea e il “grazie” che viene da lontano
Non c’era bisogno di inviti formali, forse, per riempire lo spazio intorno a lui. L’affetto per Renato Pozzetto si è materializzato in una piccola folla composta da volti noti e sconosciuti, accomunati dal desiderio di incontrarlo. Tra questi, c’è una signora arrivata apposta da Firenze, giocando d’azzardo sulla sua presenza – non garantita in partenza – per potergli stringere la mano. C’è l’appassionato di musica milanese, che forse nei suoi ricordi ritrova le atmosfere del Derby; c’è, ancora, chi durante il servizio militare a Savona lo imitava negli spettacoli allestiti in palestra, restituendo con la parodia l’eco di un comico diventato modello per intere generazioni. Ognuno di loro, nel momento dell’incontro, aveva solo due parole nel cuore da pronunciare di persona: “Grazie Renato”. Un ringraziamento che non aveva bisogno di aggettivi, perché racchiudeva decenni di risate, di identificazione e di quella familiarità che solo i grandi interpreti sanno creare.
Gemonio, lo specchio di un cinema senza tempo
Chiudere gli occhi e immaginare, in questo contesto, è quasi superfluo. Gemonio si presenta come un set a cielo aperto che il tempo ha risparmiato, rimasto uguale a quelle scene immortalate in un colore piuttosto timido – quello delle pellicole di una volta – ma che ancora oggi fanno ridere. Basta guardare una di quelle locandine, con quella faccia dai tratti umoristici diventata uno dei volti più noti della commedia italiana, per ritrovare intatta la forza del suo sguardo. Il paese, divenuto per anni la sua casa, gli ha reso omaggio con un allestimento che non si limita a esporre, ma che racconta: ogni manifesto è un capitolo, un set, una battuta che il pubblico ha imparato a memoria. La mostra, organizzata dal “Bar del Cult”, trasforma così la biblioteca in un luogo vivo, dove il confine tra il personaggio e l’uomo – sempre molto sottile, nel suo caso – si fa quasi impercettibile.
Le locandine come testimonianza di un’epoca artistica
Nelle sale, la cinquantina di manifesti dispiega una carrellata che è anche una lezione di storia del costume. Non c’è solo il richiamo nostalgico, ma la testimonianza di un metodo di lavoro e di un’industria culturale che aveva nel volto degli attori il suo principale veicolo di comunicazione. Pozzetto, osservando quelle locandine, si è trovato di fronte a decenni della propria vita, a collaborazioni che hanno segnato il cinema nazionale, a personaggi che hanno varcato lo schermo per entrare nel linguaggio comune. La scelta di allestire questa rassegna a Gemonio – dove l’attore ha girato alcune sequenze rimaste nella memoria collettiva – non è parsa un caso, ma il naturale compimento di un rapporto di reciproca appartenenza tra l’artista e il territorio. Un rapporto che, a giudicare dalla partecipazione di chi è accorso da lontano, parla a un pubblico molto più ampio, capace di riconoscere in quei manifesti frammenti della propria storia personale.




