Poesie al telefono al Mambo, tra voci e manifesti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è un'esperienza consueta, per il visitatore di un museo, sollevare la cornetta di un telefono a parete, comporre un numero e sentir rispondere la voce di un poeta. Eppure, in quella che fu un'idea visionaria alla fine degli anni Sessanta a New York, si cela il nucleo della pratica artistica di John Giorno, figura seminale e versatile – poeta, artista, attivista – cui il Mambo di Bologna dedica finalmente, nella Sala delle Ciminiere, la prima mostra istituzionale italiana. Intitolata "John Giorno: The Performative Word", l'esposizione, che resterà aperta fino al prossimo 3 maggio, pone al suo centro il potere performativo della parola, strappata alle pagine dei libri per essere calata nella vita attraverso mezzi eterodossi, dalle performance alle telecomunicazioni. L'opera "Dial A Poem", che a Bologna viene riattivata, ne è l'esempio più immediato e coinvolgente: attraverso alcune linee telefoniche, il pubblico può ascoltare, in varie lingue, le voci registrate di poeti e artisti – da Patti Smith a William Burroughs – che declamano versi, in una condivisione diretta e intima che sovverte i normali parametri della fruizione culturale.
La parola come azione performativa
Quella di Giorno, nato a New York nel 1936 da una famiglia di origini lucane e scomparso nel 2019, è stata una ricerca costante tesa a esplorare – e a espandere – i confini del linguaggio poetico, considerato non come un mero strumento di rappresentazione ma come una pratica viva, capace di agire nel mondo reale e di stabilire connessioni inedite. Il suo approccio, profondamente influenzato dagli ambienti della Beat Generation e dall'avanguardia newyorkese, ha saputo valorizzare la dimensione plastica e relazionale del verso, trasformandolo nel cuore di azioni artistiche multidisciplinari. La parola, nelle sue intenzioni, doveva sconfinare, occupando spazi fisici e canali di comunicazione di massa, dal disco alla radio, dall'azionismo performativo ai poster, in una continua sfida alle convenzioni che separano l'arte dalla vita quotidiana.
Un percorso tra suono e visione
La mostra bolognese, oltre a permettere di interagire con le celebri poesie telefoniche, delinea un percorso che attraversa la poliedrica produzione dell'artista, sottolineando come la sua sperimentazione abbia abbracciato anche il campo delle arti visive. Accanto alle registrazioni audio e ai video di performance, trovano spazio infatti i suoi manifesti e le sue opere grafiche, strumenti con i quali Giorno veicolava messaggi poetici e politici, adottando spesso il linguaggio pubblicitario per rovesciarne gli intenti persuasivi in una chiamata alla riflessione e all'attenzione consapevole. Questa sezione visiva della rassegna dialoga strettamente con la dimensione sonora, confermando l'imprescindibile unità del suo lavoro, sempre teso a moltiplicare i punti di contatto tra la parola scritta, quella pronunciata e quella ascoltata.
Il lascito di un pioniere controcorrente
L'operato di John Giorno, che fondò anche un'etichetta discografica no-profit per diffondere la poesia sonora, rappresenta dunque un capitolo fondamentale nella storia della relazione tra poesia e mezzi di comunicazione del Novecento. La sua capacità di intuire le potenzialità di strumenti comuni, come il telefono, per creare un circuito alternativo di distribuzione culturale, diretta e democratica, mantiene intatta la sua carica innovativa. Portando la poesia fuori dai suoi supporti tradizionali e facendone un'esperienza condivisibile attraverso un gesto semplice come una telefonata, Giorno ha lasciato un'impronta indelebile, dimostrando come l'arte possa infiltrarsi negli interstizi della routine, invitando all'ascolto e aprendo brecce di senso inatteso nella quotidianità.




