Il clan Hitler e il pestaggio a Cicalone: individuati e arrestati i quattro aggressori della metro Ottaviano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La svolta nelle indagini, condotte dagli agenti del nucleo Polmetro della questura di Roma sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giovanni Conzo e della pm Eleonora Fini, è arrivata dopo poco più di tre mesi di ricerche serrate: i quattro cittadini romeni che lo scorso 12 novembre aggredirono brutalmente lo youtuber Simone Ruzzi, noto al pubblico come Cicalone, e due guardie giurate intervenute in sua difesa, hanno ora un nome e un volto. Le autorità, che non hanno mai interrotto il filo investigativo nonostante la repentina fuga dei sospettati oltre i confini nazionali, li hanno rintracciati tra la Finlandia e la Romania, procedendo al loro arresto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Rosalba Liso. Gli indagati, che devono rispondere di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale con l’aggravante della violenza, sono descritti dalle autorità romene come soggetti di elevata pericolosità sociale, elementi questi che hanno portato alla richiesta di misure detentive immediate.

La dinamica del pestaggio e la fuga oltre i confini

L’aggressione, avvenuta nei pressi della fermata Ottaviano della linea A, fu particolarmente violenta e si consumò in pochi attimi, sotto gli occhi delle telecamere della collaboratrice di Cicalone che lo stavano riprendendo. I quattro, accortisi di essere filmati mentre probabilmente stavano monitorando le biglietterie automatiche — una zona, quella, spesso teatro di borseggi ai danni di turisti —, avrebbero prima inveito contro lo youtuber e la sua troupe per poi passare immediatamente alle mani, colpendolo con calci e pugni senza che lui potesse opporre resistenza. Nel tentativo di porre fine al pestaggio, due guardie giurate intervennero per soccorrere Ruzzi, ma finirono a loro volta nel mirino del gruppo, venendo aggredite e riportando lesioni giudicate guaribili in due giorni. Per Cicalone, invece, che incassò i colpi più duri restando a terra, la prognosi fu di quarantacinque giorni.

Subito dopo l’accaduto, i quattro fecero perdere le proprie tracce, rendendo necessario un lavoro certosino da parte degli investigatori capitolini per ricostruire i movimenti e le identità dei fuggitivi. Tre di loro, rintracciati in Finlandia, sono attualmente detenuti in un carcere finlandese per altri reati commessi sul posto, e si è in attesa della definizione delle pratiche burocratiche per la loro estradizione in Italia. Il quarto, un ventisettenne, è stato invece intercettato in Romania e, una volta rientrato nel nostro paese, è stato preso in consegna dalla polizia all’aeroporto di Fiumicino per essere associato al carcere, dove resterà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Le accuse e il quadro investigativo

Il provvedimento cautelare, che configura un quadro indiziario grave a carico dei quattro romeni, si basa sulle immagini estrapolate dai video girati durante la diretta e sui successivi accertamenti della Polmetro, che hanno permesso di delineare le rispettive condotte di ciascuno durante l’assalto. Le accuse, contestate a vario Titolo, vanno dalle lesioni personali aggravate alla resistenza a pubblico ufficiale, aggravate dalla violenza e dalla natura efferata del gesto. Il gip, nell’ordinanza, ha sottolineato il modus operandi del gruppo, che non esitò a colpire con estrema durezza anche le guardie giurate, le quali, nel tentativo di adempiere al loro dovere, si sono ritrovate anch’esse vittime della furia degli aggressori.

Le indagini della Procura di Roma, avviate immediatamente dopo i fatti del 12 novembre, hanno quindi consentito di chiudere il cerchio, superando le difficoltà legate alla fuga dei sospettati all’estero. La cooperazione internazionale, in questo caso, si è rivelata fondamentale: grazie alla collaborazione delle autorità finlandesi e romene, e al supporto del Servizio per la cooperazione di polizia, è stato possibile localizzare i latitanti e procedere alla loro cattura. Ora per loro, in attesa dei processi di estradizione e dei successivi procedimenti giudiziari in Italia, si aprono le porte del carcere.

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