Sneijder, Mourinho e Netflix: «Ero triste, ora tutti sanno i suoi segreti»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Wesley Sneijder ha raccontato al Festival dello Sport di Trento che vedere la serie Netflix dedicata a José Mourinho gli ha lasciato una sensazione inattesa: tristezza. Il motivo non riguarda il modo in cui il tecnico è stato rappresentato, ma il rapporto esclusivo che l'ex trequartista sentiva di avere costruito con lui negli anni vissuti insieme. L'olandese era convinto di conoscere dall'interno i segreti del suo metodo di lavoro e soprattutto della gestione psicologica dei calciatori; ritrovarli raccontati al grande pubblico gli ha fatto perdere, almeno simbolicamente, quella sensazione di privilegio. Un legame che descrive ancora oggi come speciale e che associa direttamente alla capacità dell'allenatore portoghese di entrare nella testa dei giocatori.

Il metodo dello Special One e l'episodio di Maicon

Per spiegare cosa intendesse, l'ex numero dieci ha recuperato un episodio legato a Maicon. Dopo una squalifica di due giornate, invece di rimproverare pubblicamente il brasiliano o sottoporlo a una punizione interna, il tecnico gli consentì di tornare nel suo Paese per due settimane. Una scelta che, nella lettura dell'olandese, produceva un effetto molto più profondo di una sanzione: al rientro, il difensore sentiva di non poter deludere l'allenatore che gli aveva dimostrato quella fiducia. Era questo tipo di rapporto personale, più che una singola soluzione tattica, a rendere particolare la gestione dello spogliatoio. Un meccanismo mentale che il protagonista del Triplete considera uno degli elementi decisivi di quella stagione.

Il rapporto era cominciato già prima dell'arrivo a Milano. L'allenatore gli aveva spiegato di considerarlo l'anello mancante della squadra e gli aveva prospettato la possibilità di vincere insieme. I primi segnali arrivarono immediatamente: poco dopo il trasferimento, la formazione nerazzurra batté il Milan per 4-0. Con il passare dei mesi la convinzione all'interno del gruppo aumentò fino alla finale europea disputata al Santiago Bernabeu contro il Bayern Monaco. Prima di quella partita, ha raccontato l'ex centrocampista, nello spogliatoio c'era più tensione del solito, ma i giocatori decisero di recuperare le proprie abitudini, scherzando e ridendo prima di entrare in campo.

Dal Triplete al Mondiale perso, fino al Pallone d'Oro

La stessa annata portò il fantasista fino alla finale mondiale con l'Olanda contro la Spagna. Nel ricordarla, ha indicato nella parata di Iker Casillas una delle immagini decisive di quella partita, arrivata a separarlo dal titolo con la nazionale. Molto diverso il tono riservato al Pallone d'Oro, tema che accompagna il racconto della sua stagione del 2010: l'ex giocatore ha liquidato la questione spiegando che il premio individuale non gli interessa più e che, per lui, conta avere conquistato la Champions League e fatto parte della squadra capace di centrare il Triplete. Ha anche detto di avere visto soltanto adesso la classifica finale di quell'edizione del riconoscimento.

Dopo quella stagione, però, il clima cambiò rapidamente. Al rientro successivo al Mondiale, il giocatore percepì insieme a Samuel Eto'o che qualcosa non funzionava più come prima. In un episodio ricordato a Trento, Rafael Benitez gli comunicò di volerlo utilizzare non più da trequartista ma come centrocampista box-to-box; la risposta fu che probabilmente il nuovo allenatore non aveva osservato abbastanza ciò che era accaduto nell'annata precedente. Il rapporto con il club si deteriorò anche sul piano economico: l'ex fantasista ha raccontato che il suo stipendio venne dimezzato senza una trattativa preventiva e che, venuta meno la fiducia, decise di trasferirsi al Galatasaray.

Dall'Ajax alla vita dopo il calcio

Nel racconto della propria carriera c'è spazio anche per le origini all'Ajax, la società nella quale il giovane centrocampista aveva inizialmente il semplice obiettivo di entrare in prima squadra. In quel gruppo conobbe anche Cristian Chivu, già considerato un leader nonostante la giovane età. L'olandese ha spiegato inoltre che, conclusa la carriera professionistica, ha attraversato un periodo molto difficile per la perdita prima della madre e poi del padre, dedicando circa tre anni alla famiglia e aumentando di peso. Successivamente ha partecipato a Football Island, reality con undici ex calciatori olandesi impegnati su un'isola senza cibo.

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