L’attacco congiunto, la morte di Khamenei e la rappresaglia: l’escalation in Medio Oriente
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Redazione Esteri
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L’operazione, pianificata nei minimi dettagli per mesi e scattata in pieno giorno cogliendo molti di sorpresa — approfittando anche della scarsa reattività garantita dallo Shabbat, il giorno sacro di riposo per la religione ebraica — ha visto decollare per primi i cacciabombardieri israeliani, subito dopo seguiti da quelli statunitensi, in quella che il ministro della Difesa di Tel Aviv, Israel Katz, ha definito una necessaria “azione preventiva” per rimuovere le minacce allo Stato ebraico. Una campagna militare, denominata “Furia epica” dagli americani e “Ruggito del leone” dagli israeliani, che si preannuncia estesa e prolungata nel tempo, con l’obiettivo dichiarato non solo di degradare pesantemente l’arsenale missilistico e le infrastrutture militari della Repubblica islamica, ma anche di colpire il cuore del potere, il vertice della teocrazia sciita. Il primo e più importante bersaglio, come confermato poi in serata, è stato il quartier generale della Guida suprema, un compound nella capitale Teheran preso di mira da sette missili americani che lo hanno sostanzialmente raso al suolo.
Dopo ore di voci, smentite e un’altalena di indiscrezioni — con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che nel pomeriggio aveva ancora assicurato che Khamenei era vivo -4 — è stato Donald Trump in persona a fornire quella che ha tutti i crismi dell’epitaffio ufficiale. Dal suo social, Truth, e dalla sua residenza invernale di Mar-a-Lago, in Florida, ormai consueto quartier generale per la gestione di operazioni ad alta sicurezza -5, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato: “Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto”. Una dichiarazione secca, a cui avrebbe fatto da corollario la visione, da parte sua e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, di un’immagine del senza vita dell’ottantaseienne leader, recuperato dalle macerie del suo compound. Oltre alla Guida suprema, le agenzie e le fonti di intelligence parlano di un’operazione di “decapitazione” più ampia, che avrebbe portato all’eliminazione di almeno cinque o dieci alti esponenti della nomenclatura, tra cui, con “alta probabilità”, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Mohammad Pakpour, e Ali Shamkhani, influente consigliere di Khamenei per la sicurezza.
La risposta di Teheran e il fronte che si allarga agli alleati del Golfo
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere, innescando una catena di eventi che ha rapidamente esteso il conflitto ben oltre i confini persiani. I pasdaran, attraverso l’operazione chiamata “True Promise 4”, hanno lanciato quella che hanno definito “l’offensiva più feroce nella storia” del Paese, una rappresaglia condotta con un’ondata di missili, compreso l’ipersonico ‘Fatah’, e droni che ha preso di mira non soltanto territorio israeliano — con allarmi che risuonavano da Gerusalemme a Tel Aviv — ma quattordici basi e postazioni militari statunitensi sparse in tutta la regione. Nel mirino della risposta iraniana sono finite, infatti, anche quelle nazioni del Golfo che ospitano installazioni americane, come la base aerea di Al Udeid in Qatar, il principale centro di comando avanzato del Centcom, e siti negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain e in Kuwait. Dubai, il suo aeroporto internazionale — il primo al mondo per traffico passeggeri — e un hotel sull’isola artificiale di Palm Jumeirah sono stati colpiti, così come si sono registrate esplosioni e danni ad Abu Dhabi, dove purtroppo si conta anche una vittima. Le difese aeree dei paesi alleati sono state impegnate in massicce operazioni di intercettazione, mentre la Giordania ha confermato di aver abbattuto diversi missili senza specificare la destinazione finale di quei proiettili.
L’ordine da Mar-a-Lago e la reazione internazionale tra timori e sostegno
L’intera architettura dell’attacco coordinato, che non si limiterà a una singola giornata ma proseguirà “finché non ci sarà pace in Medio Oriente” per usare le parole di Trump, è stata gestita in presa diretta dal presidente americano. Accanto a lui, a Mar-a-Lago, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, presidente dei Joint Chiefs of Staff, che nelle settimane precedenti avevano vagliato ogni opzione. Un modus operandi, questo, che Trump aveva già sperimentato in passato per operazioni delicate, dall’eliminazione del generale Qassem Soleimani nel 2020 ai più recenti raid contro gli Houthi in Yemen o la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela. Sul fronte diplomatico, la mossa di Washington e Tel Aviv ha spaccato la comunità internazionale. Se da un lato Canada e Australia hanno espresso sostegno all’azione, definendo l’Iran una fonte primaria di instabilità, dall’altro sono piovute dure condanne da parte di Russia — che ha parlato di “avventura pericolosa” e “atto di aggressione” — Francia, Spagna e numerosi altri paesi europei ed extraeuropei che hanno chiesto moderazione e il ritorno immediato alla diplomazia, con il segretario generale dell’ONU, António Guterres, che ha denunciato una “grave minaccia alla pace” e un’opportunità diplomatica sprecata.
Lo scenario post-Khamenei e gli obiettivi di una campagna prolungata
L’eliminazione fisica di Ali Khamenei, figura chiave alla guida dell’Iran per quasi quarant’anni, apre ora uno scenario complesso e denso di incognite, un vero e proprio terremoto politico per la teocrazia sciita. La sua scomparsa, combinata con quella di molti vertici militari e politici a lui fedeli, rappresenta un duro colpo per l’establishment, proprio mentre le potenze attaccanti sembrano puntare apertamente a un “cambio di regime”, un’ipotesi che Trump ha rilanciato esortando il popolo iraniano a “riprendersi il proprio Paese” e offrendo implicitamente l’immunità a quelle frange dell’esercito e dei pasdaran che dovessero abbandonare la lotta. L’operazione in corso, che ha visto coinvolti circa duecento caccia israeliani colpire cinquecento obiettivi, non accenna a fermarsi: l’amministrazione americana ha parlato di una campagna che durerà “per giorni”, con l’obiettivo di annientare le capacità di lancio missilistiche e navali nemiche per impedire a Teheran di minacciare la regione. Nel frattempo, mentre il regime annuncia di voler utilizzare armi “mai viste prima” e chiude lo Stretto di Hormuz, dalle strade di Teheran, secondo i primi video diffusi sui social, qualche sparuto gruppo sembra osare manifestazioni di giubilo, segno di una situazione interna che potrebbe rivelarsi altrettanto volatile quanto il fronte esterno.




