Air India paga il prezzo dell’incidente del Boeing 787, mentre le indagini puntano ai piloti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La compagnia aerea Air India sta affrontando una crisi senza precedenti dopo il disastro del volo 171, precipitato lo scorso 12 giugno ad Ahmedabad con 242 persone a bordo, di cui solo un superstite. Le conseguenze si stanno ripercuotendo non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello commerciale: le vendite dei biglietti sono crollate, così come il valore medio dei biglietti, costringendo la compagnia a ridurre drasticamente alcune rotte. Fino al 31 agosto 2025, il collegamento tra Delhi e Milano Malpensa, un tempo giornaliero, sarà operativo solo tre volte a settimana.

Quel che emerge dalle indagini, però, è ancora più sconvolgente. Secondo i dati estratti dal flight data recorder, non ci sarebbero stati guasti tecnici al Boeing 787 Dreamliner, né collisioni con uccelli. Al contrario, i motori sarebbero stati spenti volontariamente pochi istanti dopo il decollo, provocando una perdita improvvisa di spinta. «Qualcuno ha interrotto manualmente il flusso di carburante», hanno confermato fonti vicine alle indagini, citate dal Wall Street Journal.

Il focus si è quindi spostato sui due piloti, entrambi esperti, e sulla possibilità che una terza persona fosse presente in cabina al momento dell’incidente. Gli inquirenti stanno valutando se si sia trattato di un errore umano o di un gesto intenzionale, riaccendendo i riflettori su un precedente tragico: quello del volo Germanwings del 2015, quando il copilota causò deliberatamente lo schianto.

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