Badante condannato a 21 anni per l'omicidio del novantenne ex poliziotto
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Redazione Interno
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Un’assurda escalation di violenza, scatenata dalla semplice richiesta di un caffè, ha posto fine alla vita di un anziano ex agente, in quello che doveva essere il luogo più sicuro: la propria casa. La Corte d’Assise di Roma ha emesso una sentenza di condanna a ventuno anni di reclusione per Nawela Mahagama Rallaage Sachim Kevinda, il badante di trentatré anni, originario dello Sri Lanka, riconosciuto colpevole di omicidio volontario. L’imputato, stando a quanto accertato in giudizio, aveva aggredito con brutale ferocia Nicolò Caronia, novantaquattrenne in pensione dalle forze dell’ordine, la mattina del 2 giugno dello scorso anno, proprio all’inizio del loro rapporto di assistenza. La dinamica, ricostruita attraverso le indagini e le prove processuali, rivela una reazione spropositata e criminale a un gesto ordinario, trasformando un momento di cura quotidiana in una tragedia irreparabile.
La ricostruzione dei fatti
L’episodio, che ha sconvolto per la sua gratuità, si consumò nell’appartamento della vittima, dove il badante era stato assunto da appena due giorni. Secondo quanto stabilito in aula, l’uomo, che si trovava in stato di alterazione psicofisica per aver assunto alcol, reagì con furore alla maniera in cui Caronia gli rivolse la richiesta di preparargli la bevanda. Quell’irritazione, del tutto futile, divenne il pretesto per un’aggressione selvaggia, condotta a colpi di pugni e calci, senza che l’anziano, preso alle spalle, avesse alcuna possibilità di difendersi. L’accanimento, – caratterizzato da una violenza definita inaudita dai pubblici ministeri –, lasciò il pensionato in gravi condizioni, abbandonato a terra in un lago di sangue, prima che il suo carnefice lo adagiasse sul letto, dove rimase in stato di sofferenza fino all’arrivo dei soccorsi.
Il percorso giudiziario e le conseguenze
Le lesioni riportate nell’assalto risultarono così gravi da condannare l’ex poliziotto a un calvario ospedaliero lungo due mesi, durante i quali fu trasferito tra diverse strutture sanitarie nella vana ricerca di un miglioramento. La sua morte, avvenuta nell’agosto del 2024, fu la diretta conseguenza del pestaggio subito, come confermato dalle perizie medico-legali che hanno stabilito il nesso causale tra l’aggressione e il decesso. Il processo, celebrato presso il tribunale di piazzale Clodio, ha dunque affrontato un caso di omicidio volontario, in cui la difesa non è riuscita a smontare il castello accusatorio costruito dalla procura, il quale dipingeva un quadro di colpevolezza pressoché assoluta, suffragato da testimonianze e riscontri obiettivi.
Il significato della sentenza
La condanna a ventuno anni, seppur non definitiva in attesa di un possibile grado di appello, rappresenta un punto fermo nella vicenda giudiziaria, chiudendo la prima fase con l’affermazione di una responsabilità penale piena. La corte, nel valutare la condotta dell’imputato, ha evidentemente considerato l’elemento della prevedibilità dell’evento mortale, data la vulnerabilità estrema della vittima e la modalità efferata dell’aggressione. Il caso, per le sue peculiarità, ha riacceso il dibattito, mai sopito, sui controlli necessari per chi opera nel delicatissimo settore dell’assistenza agli anziani e sulle garanzie minime di sicurezza per le persone non autosufficienti, costrette a affidare la propria incolumità fisica a estranei.




