Il doppio binario della guerra, tra prime pagine e oblio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre una certa retorica, che pare voler anticipare i tempi, inonda i media di voci ottimistiche sui negoziati per l’Ucraina e dipinge un’immagine artificiosamente tranquilla di Gaza, il pensiero corre, inevitabilmente, ai molti altri teatri di conflitto che restano nell’ombra. Se ne contano, ad oggi, più di cinquanta, dalla regione del Sahel al Corno d’Africa, passando per il Myanmar e le province più remote, dei quali, bisogna ammetterlo con amarezza, non pare importare a nessuno, se non a coloro che li subiscono sulla propria pelle. È il doppio binario della nostra percezione, che cataloga le tragedie in base alla risonanza mediatica o all’interesse strategico immediato, condannandone la maggior parte a un silenzio assordante. Una dinamica, questa, che fa il paio con la crescente difficoltà di distinguere, nell’era digitale, la realtà dalla sua rappresentazione, mentre delinquenti cibernetici minano la sicurezza nazionale ed economica di interi paesi con un click, in un conflitto asimmetrico e perenne che non conosce tregua né Natale.

L'anno che fu, tra attese tradite e speranze nascoste

L’anno che volge al termine, nonostante le premesse di un Giubileo, si è rivelato tutt’altro che speciale, anzi segnato da una pace interiore ed universale sempre più evanescente. L’atmosfera generale sembra essersi impoverita, quando non incattivita o avvolta in una coltre di indifferenza, con lo sguardo collettivo fisso sull’avere piuttosto che sull’essere. In questo clima, la gioia dell’attesa natalizia, con la sua promessa di vita nuova e di rinascita, appare una speranza clamorosamente disattesa, un paradosso stridente messo in scena tra alberi addobbati e notiziari che raccontano altro. La natività, che pure dovrebbe insegnare a cercare un nuovo inizio ogni giorno, si scontra con la cruda materialità di un mondo in frantumi, dove persino il concetto di pace rischia di diventare un mero esercizio retorico, svuotato di significato autentico.

Un battesimo a Gaza come atto di resistenza

Proprio in uno di quei luoghi simbolo della crisi, a Gaza, un gesto semplice e antico ha provato a ridare un senso più profondo a tutto questo. Il cardinale Pizzaballa, infatti, ha trascorso tre giorni nella Striscia, fino a domenica, visitando la piccola e resistente comunità cristiana locale. La sua visita, come egli stesso ha riferito, ha trovato il suo culmine non in una dichiarazione politica o in un appello, ma nel battesimo di un bambino appena nato. Quel rito, intimo e potente, celebrazione di vita nell’epicentro della morte e della distruzione, è apparso come l’unica risposta possibile al cinismo e al nichilismo dilaganti. È in simili atti, che sembrano sfidare la logica stessa della guerra, che forse si può ancora trovare il significato più autentico del Natale, trasformandolo da semplice data sul calendario a possibilità concreta, seppur fragile, di redenzione.

La frustrazione dei guerrieri in tempo di trattative

C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma non per questo meno significativo, che emerge quando il vento sembra volgere verso il dialogo. È la frustrazione di quella parte dell’establishment militare che, per decenni, ha costruito carriere, dottrine e arsenali preparandosi al grande confronto bellico. Per alcuni ammiragli e generali, una pace negoziata, per quanto desiderabile, rappresenta l’allontanamento della tanto agognata occasione per mettere in pratica quel valore teorico e dimostrare l’efficacia di anni di studio e pianificazione. Una condizione psicologica peculiare, che qualcuno potrebbe paragonare a quella di un medico che studia una vita per curare una malattia senza mai trovare un paziente, e che solleva interrogativi non solo strategici ma quasi esistenziali per intere categorie professionali il cui *raison d’être* è, per definizione, la preparazione a un conflitto che si spera non arrivi mai.

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