Trump dice no a Putin: niente uranio iraniano in Russia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Nel corso dell’ultima conversazione telefonica tra i due presidenti, e si tratta di un retroscena destinato a pesare sugli equilibri di un conflitto che ormai infiamma l’intero Medio Oriente, Donald Trump avrebbe respinto al mittente la proposta avanzata da Vladimir Putin. Il leader del Cremlino, secondo quanto ricostruito da Axios e riportato da alcune fonti informate sui fatti, aveva offerto all’amministrazione americana la possibilità di mettere in sicurezza il materiale fissile di Teheran trasferendolo direttamente sul proprio territorio nazionale. Una soluzione, quella ipotizzata da Mosca, che avrebbe di fatto consentito agli Stati Uniti di neutralizzare la minaccia rappresentata dai circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al sessanta per cento in possesso della Repubblica islamica, ovvero una quantità più che sufficiente, come è stato più volte sottolineato dagli analisti, per la costruzione di almeno dieci ordigni nucleari e convertibile in grado militare nell’arco di poche e decisive settimane.
La risposta del presidente americano, però, è stata netta e inequivocabile: gli Stati Uniti, almeno per il momento, non hanno alcuna intenzione di avallare un’operazione che vedrebbe la Federazione Russa fungere da deposito per le scorie belliche di Tehran, e del resto non è la prima volta che una simile ipotesi viene scartata dall’amministrazione Trump. L’uranio iraniano, e questo è il punto cruciale su cui la Casa Bianca continua a mantenere un profilo di assoluta fermezza, deve essere messo in sicurezza con modalità diverse, anche perché, come ha avuto modo di chiarire il segretario alla Difesa Pete Hegshet nel corso di un briefing tenutosi nella giornata di venerdì, le opzioni sul tavolo per stabilire un effettivo controllo dello stockpile nemico sono molteplici e non necessariamente devono passare per la mediazione russa.
L’opzione militare resta sullo sfondo, ma non è una priorità
Parallelamente al dietrofront diplomatico nei confronti del Cremlino, e quasi a voler dissipare qualsiasi dubbio circa le intenzioni immediate delle forze armate a stelle e strisce, lo stesso Trump ha voluto precisare che allo stato attuale non è in agenda alcuna operazione militare concepita con il fine specifico di sequestrare l’uranio arricchito dell’Iran. “Non è questa la nostra priorità”, avrebbe dichiarato il presidente, salvo poi aggiungere, con una di quelle frasi che lasciano aperto ogni scenario futuro, che “a un certo punto potrebbe diventarlo”. L’attenzione dell’esercito americano, in questa fase del conflitto, rimane dunque focalizzata sull’obiettivo di “distruggere completamente i missili e i droni” di Teheran, un’attività che prosegue senza sosta e che mira a degradare in maniera sistematica le capacità di offesa della controparte. Del resto, come è stato riferito negli scorsi giorni, gli Stati Uniti avevano già valutato con Israele l’ipotesi di impiegare forze speciali in territorio nemico per mettere le mani sulle scorie nucleari, ma si trattava di discussioni esplorative che, per il momento, non hanno avuto alcun seguito operativo.
Un conflitto che si allarga e il prezzo del petrolio
Mentre la diplomazia prova a giocare le sue carte, e lo fa spesso in sordina come in questo caso, il quattordicesimo giorno di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ha registrato sviluppi di rilievo anche su altri fronti. A Erbil, nel nord dell’Iraq, un attacco contro una base frequentata da militari della coalizione ha provocato la morte di un soldato francese, un evento che il presidente Emmanuel Macron non ha esitato a definire “inaccettabile”, sottolineando però come la presenza delle sue truppe nella regione sia strettamente legata alla lotta al terrorismo e non debba essere confusa con le operazioni in corso contro la Repubblica islamica. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dal canto suo, ha formalmente condannato gli attacchi condotti da americani e israeliani, mentre Teheran continua a far festeggiare la popolazione per l’abbattimento di un drone statunitense e a fornire notizie, peraltro contraddittorie, circa lo stato di salute del suo nuovo leader, Mojtaba Khamenei, che Trump ha confermato essere ferito ma vivo.
Sul fronte economico, e si tratta forse della conseguenza più tangibile e immediata dell’escalation militare, gli Stati Uniti hanno compiuto una mossa destinata a far discutere: il segretario al Tesoro Scott Bessent ha infatti annunciato la concessione di un’autorizzazione temporanea, della durata limitata e dal perimetro circoscritto, che consente ai paesi interessati di acquistare il petrolio russo attualmente bloccato in mare. Una decisione, questa, motivata dall’esigenza di “ampliare la portata globale delle forniture esistenti” e di stabilizzare un mercato energetico messo a dura prova dalla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, divenuto a tutti gli effetti un campo di battaglia. L’Agenzia Internazionale per l’Energia, nell’ottica di fronteggiare quella che è stata definita come la più grande interruzione dell’offerta petrolifera della storia recente, ha già dato il via libera al rilascio complessivo di quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche dei suoi paesi membri. La mossa di Washington, che pure tiene a precisare come il provvedimento non arrecherà significativi benefici finanziari al governo russo, dal momento che la maggior parte delle entrate di Mosca deriva dalle tasse riscosse al punto di estrazione, segna comunque un'apertura significativa in un contesto di guerra e di sanzioni.




