Putin e il copione della forza, mentre con Trump si parla di "nodi spinosi"
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Redazione Esteri
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La strategia sembra ormai cristallizzata, un rituale che precede ogni potenziale svolta diplomatica. Alla vigilia di un atteso colloquio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Vladimir Putin ha nuovamente convocato i suoi alti ufficiali militari, un incontro in cui – avvolto nell’usuale mimetica – ha dichiarato che “la vendetta è già pronta”, aggiungendo poi che la cosiddetta “liberazione” del Donbass, così come delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, procede secondo i piani stabiliti. Affermazioni, queste, che giungono mentre dall’altra parte dell’oceano lo stesso Trump, dopo quella che ha definito una “buona chiamata” con l’omologo del Cremlino, ammette l’esistenza di “alcune questioni spinose” e “un paio di cose da risolvere”, in un quadro negoziale che appare ancora tutto da definire nonostante i tentativi di dialogo.
Il contesto militare e le parole dal Cremlino
Nel corso della riunione con i vertici delle forze armate, il presidente russo ha illustrato una visione del conflitto marcatamente ottimistica, sostenendo che le proprie truppe “stanno avanzando con sicurezza” e “sfondando le difese nemiche”, mentre le forze ucraine retrocederebbero su tutto il fronte. Dichiarazioni, queste, che – al di là della loro veridicità sul campo – fungono da puntello propagandistico fondamentale nel momento in cui si intensificano i contatti con Washington, quasi a voler ribadire una posizione di forza dalla quale trattare. È un linguaggio, del resto, che non si discosta dalla narrazione portata avanti da mesi, sebbene i suoi toni perentori assumano un significato particolare ogni qualvolta si profilano, all’orizzonte, possibili trattative.
Le ombre del passato e il peso dei simboli
Parallelamente a questo balletto diplomatico-militare, persistono le ferite di atti il cui ricordo è difficile da cancellare. La televisione di Stato russa, ad esempio, ha recentemente mostrato le immagini di un teatro di Mariupol’ meticolosamente ricostruito, con il suo maestoso lampadario di cristallo e le scalinate in marmo, un simbolo di rinascita secondo la narrazione ufficiale. Quello stesso luogo, però, fu colpito da un bombardamento nel marzo 2022, un episodio per il quale Amnesty International ha riferito la morte di almeno dodici persone, civili che avevano cercato rifugio all’interno dell’edificio. Tale ricostruzione, presentata come un gesto di riconciliazione, non può non evocare, per contrasto, la brutalità degli eventi che resero necessari quei lavori, in un territorio annesso dalla Russia ma il cui controllo resta, sotto molti aspetti, ancora controverso e dolorosamente contestato.
La complessità del dialogo USA-Russia
Le parole di Trump, che pur evidenziando la complessità delle trattative mantengono un tono pragmatico e non esplicitamente conflittuale, disegnano uno scenario in cui il dialogo diretto tra le due potenze prosegue nonostante le enormi difficoltà. L’ammissione di “nodi spinosi” da sciogliere conferma, senza bisogno di ulteriori commenti, quanto il percorso per una qualsiasi intesa – che potrebbe basarsi su bozze di piani di pace già circolate – sia irto di ostacoli. Da una parte, infatti, le dichiarazioni trionfalistiche di Mosca sulle operazioni militari; dall’altra, la necessità di Washington di trovare un equilibrio tra pressioni interne e l’obiettivo di giungere a una stabilizzazione. Sono tutti elementi che confluiscono in un negoziato il cui esito, al momento, rimane volutamente avvolto in una fitta nebbia, mentre le parti continuano a muoversi su un piano che mescola, in maniera quasi inscindibile, la forza delle armi e la forza delle parole.




