Stasera su Rai 3 il viaggio in tram di Enzo Jannacci, il dottore della canzone
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La sua figura, difficilmente confinabile in una definizione univoca, rappresenta un unicum nel panorama artistico nazionale, avendo saputo fondere il rigore del musicista colto con l’immediatezza del cabarettista e la sensibilità del cantastorie. Enzo Jannacci, il cui ritratto sarà trasmesso questa sera su Rai 3 alle 21.20 con il documentario “Enzo Jannacci - Vengo anch’io” di Giorgio Verdelli, ha coltivato per decenni una ricerca espressiva che, partendo dalla sua Milano, ha travalicato i confini del genere per parlare universalmente degli ultimi e dei diversi. La sua arte, che qualcuno ha definito una “chirurgia dell’anima”, sezionava con apparente nonchalance le ipocrisie e le miserie quotidiane, restituendo dignità a chi solitamente non ne aveva, attraverso un linguaggio musicale e testuale che anticipava i tempi, e che ancora oggi risuona di una disarmante attualità.
Un documentario che è un viaggio nella memoria
Il lavoro di Verdelli, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso anno, non si limita a una sequenza di testimonianze, per quanto prestigiose, ma costruisce un percorso narrativo originale che ha il sapore di un’opera dentro l’opera. Il regista, infatti, colloca lo spettatore a bordo di un vecchio tram, un mezzo che è simbolo della Milano amata e raccontata da Jannacci, per un viaggio in una dimensione sospesa nel tempo. È lo stesso artista, grazie a un meticoloso lavoro di montaggio su materiali d’archivio spesso inediti, a farsi narratore della propria storia, accompagnando il pubblico attraverso le tappe di una carriera folgorante. Le voci di colleghi e amici, tra i quali spiccano quelle di Paolo Conte – che lo ha definito “il più grande cantautore italiano” –, Vasco Rossi, Ligabue e Cochi e Renato, si intrecciano così a quelle immagini, completando un mosaico ricco e commosso, senza cadere nell’agiografia.
La lezione di uno stile inconfondibile
Ciò che emerge con forza, al di là della successione cronologica degli eventi, è la coerenza di un metodo artistico basato sull’osservazione partecipata e su una libertà espressiva totale. Jannacci, che della professione medica fece una scelta di vita parallela a quella musicale, applicò alla canzone uno sguardo clinico ma mai distaccato, un orecchio per le cadenze dialettali e popolari che diventavano poesia, e un coraggio nel trattare tematiche scomode con un mix ineguagliabile di comicità e struggimento. Le sue canzoni, da “Vengo anch’io. No, tu no” a “Vincenzina e la fabbrica”, sono altrettanti affreschi di un’umanità dolente e grottesca, raccontata senza giudizio ma con una pietà ironica che ne esalta la complessità. Un approccio che ha influenzato profondamente intere generazioni di musicisti, i quali ne riconoscono la maestria nel coniugare il piano col plebeo, l’assurdo con il profondamente tragico.
L’eredità di un artista totale
La trasmissione del documentario in prima visione televisiva su Rai 3, dopo il passaggio nei festival, rappresenta un’occasione per riscoprire un autore la cui opera resiste al passare del tempo, sfidando le mode e le classifiche. La sua produzione, che spazia dalla musica per il cabaret – in simbiosi con artisti come Dario Fo e Giorgio Gaber – alla composizione di colonne sonore, fino all’attività di attore e sceneggiatore, testimonia una curiosità intellettuale onnivora e una versatilità rara. Quel che resta, a distanza di anni dalla scomparsa, è la traccia indelebile di un uomo che ha fatto della contaminazione la sua cifra stilistica, e della compassione il motore di una ricerca costante, consegnando alla cultura italiana pagine indimenticabili, capaci di far ridere e riflettere nel medesimo istante, senza che l’uno sminuisca la profondità dell’altro.




