Rocchi alza la posta in difesa degli arbitri: "Pronto a lasciare domani"
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Redazione Sport
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Il designatore degli arbitri di Serie A, Gianluca Rocchi, ha posto una condizione netta per il prosieguo del suo mandato, nel corso della consueta analisi televisiva delle decisioni più controverse. Ospite della trasmissione Open Var su Dazn, ha affrontato con toni inediti il caso del gol convalidato a Issac Success, erroneamente indicato come Davis, nella partita Udinese-Lazio, episodio che ha riacceso le polemiche, mai sopite, sul lavoro dei direttori di gara italiani. Rocchi, entrando nel merito tecnico, ha spiegato che la valutazione della moviola si è concentrata sulla presunta immediatetà dell’azione: secondo il regolamento, il tocco di mano accidentale che precede un gol è irrilevante solo se l’azione di controllo e tiro è istantanea e unica, circostanza che, a suo dire, nell’episodio specifico non si è verificata. La sua spiegazione, però, è stata solo il preludio a una dichiarazione politica di portata molto più ampia, un vero e proprio ultimatum indirizzato a tutti coloro che mettono in discussione l’operato del Corpo arbitrale.
La questione di principio oltre il singolo episodio
La reazione di Rocchi, infatti, è andata ben oltre la semplice giustificazione di una scelta di giudizio, per trasformarsi in una difesa d’ufficio dell’intera categoria. “Se non si crede alla buona fede degli arbitri”, ha affermato senza mezzi termini, “sono pronto a lasciare domattina”. Una frase che, pur non sfociando in dimissioni immediate, segna un momento di tensione senza precedenti nella recente storia dell’arbitraggio italiano, fotografando una stagione iniziata all’insegna delle contestazioni e proseguita tra errori e comunicati incrociati. Il suo è stato uno sfogo dettato dalla percezione di un assedio mediatico e istituzionale costante, dove ogni decisione viene sottoposta a un esame minuzioso che spesso trascende la tecnica per approdare sul terreno, molto più scivoloso, delle intenzioni e dell’onestà professionale.
Il clima di tempesta e la difesa del sistema
Quello che Rocchi ha descritto, implicitamente, è un ambiente saturo di sfiducia, dove l’errore umano – inevitabile in un mestiere che si svolge a frazioni di secondo – non viene più considerato tale, ma interpretato come il sintomo di una malafede ormai data per scontata da una parte dell’opinione pubblica e da alcuni addetti ai lavori. La sua minaccia di lasciare l’incarico, quindi, non è un gesto di rottura fine a se stesso, bensì un tentativo estremo di riaffermare un principio cardine: senza la presunzione di buona fede, qualsiasi sistema arbitrale, per quanto perfezionato dalle tecnologie come il Var, diventa insostenibile. La sua posizione, del resto, riflette le tensioni che agitano da tempo il mondo del calcio italiano, dove il dibattito arbitrale rischia sistematicamente di offuscare il merito sportivo delle squadre, diventando il protagonista indiscusso della cronaca dopo ogni turno di campionato.
Le implicazioni di una stagione sotto pressione
L’episodio di Udinese-Lazio, in questo contesto, ha agito da detonatore per una frustrazione accumulata in mesi di lavoro sotto una lente d’ingrandimento implacabile. Rocchi, che di quel sistema è il capo visibile e il garante tecnico, ha scelto la via dello scontro frontale, ritenendo che non rimanesse altro spazio se non quello di una chiarificazione netta, anche a costo di mettere in discussione la propria permanenza. La sua non è stata una semplice analisi regolamentare, ma un atto politico che costringe tutti gli attori – club, tifosi, media – a interrogarsi sulle conseguenze di un clima permanentemente accusatorio. Mentre la Serie A riprende il suo cammino, con le squadre che tornano in campo concentrandosi sugli obiettivi di classifica, la questione arbitrale rimane dunque un nodo irrisolto, il cui scioglimento non dipende più solo dalle decisioni in campo, ma dalla capacità di ricostruire un rapporto di fiducia che appare, oggi, profondamente incrinato.




