Il caro carburanti paralizza l’Isola: autotrasportatori in sciopero nei porti, aerei tagliati e traghetti a rischio
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Redazione Economia
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Il termometro della crisi energetica, innescata dal collasso dei negoziati di pace tra Iran e Stati Uniti e dalla conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, sta toccando ormai il fondo del sistema logistico italiano. Se il settore dell’autotrasporto nazionale trattiene il fiato in attesa di una mobilitazione generale prevista per la prossima settimana, in Sicilia la protesta è già diventata realtà: da ieri, con un’adesione stimata intorno al novanta per cento, i mezzi pesanti hanno bloccato le operazioni di carico e scarico nei porti dell’Isola, una serrata che durerà cinque giorni e che punta dritta al cuore della grande distribuzione organizzata, minacciando di lasciare semivuoti gli scaffali dei supermercati. Non si tratta, chiariscono i rappresentanti della categoria, di un semplice sciopero nazionale, bensì di una rivendicazione autonoma che parte dal disagio profondo di chi, come i padroncini siciliani, subisce il costo aggiuntivo della “continuità territoriale” via mare; lo stesso segretario del Comitato trasportatori siciliani ha infatti rifiutato una convocazione urgente con la Regione, giudicandola subordinata alla sospensione dello stop e definendola una semplice “mancia” inadeguata a coprire i rincari record del gasolio.
Il pressing di Unatras e il countdown per il blocco nazionale
Mentre l’Isola va avanti per conto proprio, lo spettro di una paralisi totale si allarga alla Penisola: Unatras, che rappresenta circa l’80% delle imprese del trasporto merci su gomma, ha annunciato che il prossimo 17 aprile il proprio comitato esecutivo nazionale si riunirà per avviare le procedure che potrebbero portare a un fermo generalizzato dei servizi. Secondo quanto riportato dalla stessa associazione, la pressione sulle piccole e medie imprese è diventata insostenibile a causa di quella che viene definita una “doppia morsa”: da un lato, l’aumento verticale del prezzo del greggio che si abbatte sui bilanci aziendali, dall’altro, l’atteggiamento “irresponsabile” della committenza che, approfittando della crisi, applica riduzioni fino a quaranta centesimi al litro sul costo del carburante riconosciuto agli autotrasportatori. A questa denuncia si aggiunge la mancata percezione, da parte degli operatori, di provvedimenti concreti da parte del governo, nonostante le rassicurazioni verbali giunte dal ministro delle Imprese.
L’effetto domino su cielo e mare: cancellazioni e biglietti alle stelle
La fibrillazione dei mercati energetici, tuttavia, non colpisce solo l’asfalto; l’intera filiera della mobilità italiana è sotto stress, e i primi a pagare dazio sono i voli aerei, in particolare quelli che collegano gli scali minori. Aeroporti come Bologna, Torino, Palermo, Lamezia Terme e Pescara stanno già assistendo a una drastica riduzione dei collegamenti tra aprile e maggio, con la prospettiva di un’estate nera fatta di cancellazioni e rincari delle tariffe, conseguenza diretta della scarsità di cherosene raffinato nel Golfo Persico. La stessa sorte, adesso, rischia di estendersi al trasporto marittimo: chi sta pianificando una vacanza estiva in Sicilia, Sardegna o nelle isole minori farebbe bene a monitorare l’evoluzione della crisi, perché lo spettro del razionamento si allunga minaccioso anche sulle compagnie di navigazione. Dopo il crollo delle trattative diplomatiche che avrebbero dovuto sbloccare l’accesso alle rotte del Medio Oriente, i mercati sono tornati in subbuglio e l’incertezza sui costi operativi rende i listini dei biglietti, sia per i traghetti che per le navi, una variabile completamente fuori controllo.
Un conto salato per l’economia e la logistica delle isole
Le conseguenze di questa impennata sono particolarmente gravi per le regioni insulari, storicamente penalizzate da costi di trasporto aggiuntivi. I porti siciliani, epicentro della protesta, rappresentano il nodo vitale attraverso cui passano le merci dirette ai consumatori dell’Isola; il fermo di cinque giorni, se protratto, rischierebbe di creare vere e proprie sacche di desertificazione commerciale, colpendo i beni deperibili e i rifornimenti quotidiani. Dal punto di vista economico, l’Italia intera paga un prezzo altissimo: le stime parlano di circa 150 milioni di euro a settimana bruciati dall’emergenza carburanti, una cifra che tiene conto sia dei maggiori introiti fiscali (le accise) sia dei maggiori profitti delle compagnie petrolifere, mentre il governo sembra ancora arrancare nella ricerca di un tavolo di confronto unitario che includa tutte le parti in causa. In attesa di sviluppi giudiziari o di decreti legge che possano calmierare i costi, gli unici dati certi restano quelli dei tir fermi ai moli e dei voli cancellati nel cielo.




