Antisemitismo, in Commissione i ddl diventano cinque mentre si discute il confine con la critica politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il quadro legislativo per il contrasto all'antisemitismo si infittisce in Parlamento, dove i testi depositati in Commissione Affari costituzionali del Senato sono saliti a cinque. Alla proposta avanzata a titolo personale dall'esponente democratico e a quella su cui punta il centrodestra, firmata dal senatore di Forza Italia, se ne aggiungono ora altri due, rispettivamente a prima firma di una senatrice del Movimento 5 Stelle e del gruppo di Noi Moderati. Questa proliferazione normativa, che prelude a un iter complesso, ruota attorno all'adozione della definizione operativa di antisemitismo elaborata dall'International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), la quale, com'è noto, estende la tutela oltre che alle persone anche alle "istituzioni comunitarie ebraiche", in un passaggio che solleva interrogativi di non poco conto.

Il nodo della definizione e la proposta di sanzioni penali

La definizione Ihra, che diversi di questi disegni di legge intendono fare propria, costituisce il cuore del dibattito, poiché includendo nella nozione di antisemitismo anche la "negazione del diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico, ad esempio affermando che l'esistenza di uno Stato di Israele è una impresa razzista", finisce per toccare il nervo scoperto della legittima critica politica. Alcuni propongono, come nel caso del testo del senatore di Forza Italia, di accompagnare questa definizione con l'introduzione di specifiche sanzioni penali, un orientamento che accende i riflettori sul rischio di criminalizzare posizioni di dissenso verso le politiche del governo israeliano, attualmente guidato da Benjamin Netanyahu. Una preoccupazione, questa, che trova voce nelle obiezioni sollevate in aula, dove si è osservato come, di fatto, si renderebbe possibile esprimere critiche verso altri leader internazionali, incluso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump o il presidente russo Vladimir Putin, mentre si interdirebbe lo stesso scrutinio riguardo all'esecutivo di Tel Aviv.

La lezione del passato e le perplessità sul presente

La discussione attuale non può prescindere dalla riflessione storica, come dimostra l'esempio del giurista Hersch Lauterpacht. Membro dello staff dell'accusa britannica a Norimberga e fra i principali artefici del processo, egli contribuì a evitare che nello Statuto del Tribunale venisse inserita la figura del "genocidio", pur avendo personalmente subito la perdita della propria famiglia durante la Shoah. La sua scelta, dettata dalla convinzione che accentuare la contrapposizione tra gruppi avrebbe rischiato di alimentare la logica stessa dello sterminio, offrendo al contempo scappatoie per le responsabilità individuali, rappresenta un monito sulla necessità di ponderare con estrema cautela gli strumenti giuridici che si adottano, persino quando si combattono mali estremi. Quel rigore concettuale, volto a non confondere i piani, appare oggi più che mai attuale mentre si tenta di tracciare un perimetro normativo contro l'odio.

Il confine democratico tra odio e dissenso

È proprio il timore di una tale confusione a generare le maggiori perplessità. La democrazia, come si osserva in dottrina, si misura dalla sua capacità di tollerare il conflitto delle idee senza ricorrere a divieti penali che rischiano di comprimere lo spazio del dibattito. L'antisemitismo, fenomeno odioso e da contrastare con la massima fermezza, si fonda su stereotipi razziali e pregiudizi secolari contro gli ebrei in quanto tali; la critica a un governo, quale che esso sia, rientra in un altro ambito, quello del confronto politico. Stabilire per legge che certe posizioni critiche verso lo Stato di Israele possano essere equiparate all'antisemitismo significa rischiare di valicare quel confine sottile ma invalicabile che separa la repressione dell'odio dalla limitazione della libertà di pensiero, con il risultato paradossale di offuscare la lotta al primo e indebolire la seconda.

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