Il rapporto che accusa Hamas: “Uno stupro collettivo e la vittima passata di mano in mano”
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Redazione Esteri
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GERUSALEMME. Una commissione civile israeliana, dopo due anni e mezzo di indagini, ha consegnato alle autorità un dossier di quasi trecento pagine nel quale si documenta l’impiego sistematico della violenza sessuale da parte di Hamas e di altre fazioni palestinesi, un utilizzo che gli investigatori definiscono “un’arma di guerra” al pari dei razzi o degli esplosivi. Il lavoro, basato su oltre 430 testimonianze raccolte tra sopravvissuti, ex ostaggi, medici legali e familiari delle vittime, ha incrociato i racconti con materiale video amatoriale e con le stesse registrazioni pubblicate online dai miliziani, che come si legge nel testo non hanno esitato a filmare gli abusi “per amplificare il terrore e l’umiliazione”. L’analisi ha permesso di identificare tredici pattern ricorrenti di sevizie, dalle mutilazioni agli stupri di gruppo, fino alla costrizione di minori a compiere atti sessuali sotto la minaccia delle armi; un quadro, questo, che per i redattori del rapporto integra gli estremi dei “crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e degli atti di genocidio” secondo le convenzioni internazionali.
La strategia dell’orrore e la diffusione dei filmati come terrorismo psicologico
Ciò che distingue questo rapporto da precedenti denunce – e che lo rende un documento chiave per future azioni giudiziarie – è la conclusione secondo cui le violenze non furono episodi casuali di ferocia, bensì l’esecuzione di una precisa direttiva operativa. “Si passavano le donne di mano in mano”, riporta il racconto di un sopravvissuto del Nova Festival, dettaglio che descrive una pratica di stupro collettivo orchestrata e prolungata davanti ad altri ostaggi. In molti casi, i terroristi hanno costretto i familiari delle vittime ad assistere alle sevizie o, in una circostanza documentata, a parteciparvi attivamente gli uni contro gli altri. La diffusione immediata delle immagini – vengono citati oltre diecimila fotogrammi e milledottocento ore di video analizzate – aveva lo scopo dichiarato di colpire l’intera società israeliana, trasformando la sofferenza intima delle vittime in uno spettacolo pubblico per piegare la resilienza nazionale.
Il peso delle prove e la scelta di censurare i dettagli più estremi
La commissione d’inchiesta precisa che molte delle prove raccolte non verranno mai rese pubbliche, non per una mancanza di trasparenza, ma proprio a causa dell’efferatezza inaudita dei contenuti; i responsabili dell’indagine hanno scelto di proteggere la dignità dei corpi anche a costo di alimentare, forse, il negazionismo di chi rifiuta l’evidenza. Si parla di corpi rinvenuti nudi con ferite da arma da fuoco concentrate negli organi genitali e di sopravvissuti che hanno raccontato di torture elettriche applicate sulle parti intime – sevizie, queste ultime, che secondo i medici legali equivalgono a vere e proprie esecuzioni lente. Nonostante Hamas abbia sempre respinto queste imputazioni, definendole propaganda, il rapporto israeliano sottolinea come l’impossibilità di accedere alle scene del crimine a Gaza e la morte di molte vittime non abbiano impedito di ricostruire l’ingranaggio della strategia, basandosi su quell’enorme mole di filmati che gli stessi aggressori hanno lasciato come prova a carico.
La copertura mediatica e la reazione parallela dell’inchiesta del “New York Times”
Proprio mentre il dossier israeliano faceva trapelare questi dettagli, il dibattito pubblico veniva scosso da una pubblicazione del New York Times a firma Nicholas Kristof, nella quale si documenta – testualmente – “uno schema di violenze sessuali israeliane generalizzate” ai danni dei detenuti palestinesi. Non si ha certezza che l’una notizia sia la reazione all’altra, ma è innegabile che lo scontro sia politico oltre che fattuale: da una parte c’è il dettaglio agghiacciante delle urla “mai sentite prima” nei kibbutz, dall’altra i racconti dei prigionieri di Sde Teiman che descrivono perquisizioni anali con metal detector e percosse sui testicoli per estorcere confessioni. Due narrazioni che si specchiano, entrambe sostenute da fonti investigative (l’una governativa, l’altra giornalistica), e che restituiscono l’immagine di un conflitto dove il dei civili – siano essi israeliani o palestinesi – è diventato il principale terreno di scontro e di umiliazione reciproca.




