Il governo celebra i numeri, ma il mare restituisce solo morte: crollo degli sbarchi e vittime in aumento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il primo mese del 2026 si chiude con un dato oggettivo, e per certi versi persino prevedibile, riguardo ai flussi migratori via mare: il maltempo, e in particolare la furia della tempesta Harry che si è abbattuta sul Mediterraneo tra il 19 e il 21 gennaio, ha letteralmente azzerato le partenze dalle coste del Nord Africa. L’effetto congiunto di onde anomale e venti impetuosi, che hanno reso la navigazione una pazzia anche per i pescherecci meglio attrezzati, ha finito per trasformare la rotta centrale in una trappola mortale anziché in una via di fuga. Le statistiche diffuse da Frontex, l’agenzia europea deputata alla sorveglianza delle frontiere esterne, fotografano una realtà in chiaroscuro: gli attraversamenti irregolari sono precipitati a circa 5.500 rilevamenti complessivi, con un crollo verticale del 60 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando se ne erano contati oltre 13.000. Una flessione che, sulla carta, potrebbe far tirare un sospiro di sollievo a chi, come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha fatto della lotta all’immigrazione irregolare uno dei cavalli di battaglia del suo esecutivo. Eppure, a ben guardare, quei numeri, se letti in controluce, raccontano una verità ben più amara e complessa di una semplice diminuzione degli arrivi.

Il prezzo del viaggio: più di 450 vite spezzate in trenta giorni

Se da un lato le statistiche ufficiali segnano un netto miglioramento sul fronte degli sbarchi, dall’altro emerge con altrettanta chiarezza una tendenza opposta e drammatica: il tributo di sangue pagato da chi quel viaggio lo ha tentato lo stesso è aumentato in modo esponenziale. I dati del Progetto Migranti Scomparsi, curato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, non lasciano spazio a interpretazioni: nel solo mese di gennaio, il numero delle vittime accertate nel Mediterraneo ha raggiunto quota 452, più del triplo rispetto alle 93 registrate nello stesso mese del 2025. Significa, in termini pratici, che la percentuale di mortalità in rapporto al numero di partenze è schizzata alle stelle. Le condizioni meteomarine proibitive, infatti, non hanno dissuaso i trafficanti di uomini, che, spinti dall’unica logica del profitto, continuano a caricare imbarcazioni di fortuna con decine di persone, condannandole a un’alta probabilità di naufragio pur di non interrompere i loro loschi affari. Le motovedette, quando partono, spesso non possono far altro che raccogliere cadaveri o, nei casi migliori, trarre in salvo superstiti in stato di ipotermia, testimoni di una tragedia annunciata che si consuma al largo, lontano dai riflettori.

Il nodo dei rimpatri e la retorica politica sui numeri

In questo quadro di sostanziale emergenza umanitaria, che si manifesta con particolare violenza proprio quando il mare è più ostile, si inserisce la narrazione del governo italiano. I dati, come spesso accade, vengono utilizzati per sostenere tesi politiche, ma un esame appena più approfondito rivela alcune incongruenze di fondo. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva già parlato a fine dicembre di un aumento dei rimpatri effettivi pari al 55 per cento rispetto al 2022, una cifra, quasi 7.000 allontanamenti, che la presidente Meloni ha ripreso senza specificare il periodo di riferimento. Tuttavia, l’enfasi posta su questi numeri – peraltro non contestati nella loro validità statistica – stride con l’attuale contesto fattuale: a che serve enfatizzare l’efficacia di un blocco navale o di una politica di contenimento se la riduzione degli ingressi è dovuta principalmente a fattori climatici e non a misure di deterrenza? E, soprattutto, come si concilia il racconto di una frontiera presidiata e sicura con il moltiplicarsi dei decessi? Le due dinamiche, quella del calo degli arrivi e quella dell’aumento dei morti, procedono in parallelo ma rispondono a logiche diverse, e la prima non può certo essere utilizzata per offuscare la tragica evidenza della seconda.

I flussi si spostano, la pressione rimane costante

L’analisi delle rotte alternative, poi, dimostra come il fenomeno migratorio sia strutturale e non eliminabile per decreto. Se la rotta del Mediterraneo centrale ha visto una flessione del 67 per cento, altre direttrici hanno registrato movimenti differenti, seppur anch’essi in calo generale. La rotta del Mediterraneo orientale, ad esempio, si è confermata la più battuta con circa 1.867 arrivi, seguita da quella occidentale. Il dato più significativo, semmai, riguarda le partenze verso le Canarie, che hanno subito un tracollo del 79 per cento, segno che gli accordi con i paesi di transito come Marocco e Mauritania possono funzionare, ma solo fino a un certo punto e a patto di una costante opera di repressione a monte. In definitiva, i numeri forniti da Frontex ci dicono che il maltempo ha fermato le partenze, ma non ha fermato la determinazione di chi fugge da guerre e carestie, né ha intaccato la sete di guadagno degli scafisti. La vera emergenza, semmai, è quella che si consuma sott’acqua, lontana dagli occhi e dalle agende politiche, mentre le statistiche sugli sbarchi, da sole, rischiano di diventare un alibi per non guardare in faccia la realtà di un cimitero a cielo aperto.

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