L'orrore in Afghanistan: donne lasciate sotto le macerie

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nemmeno la furia distruttiva di un sisma, che ha provocato oltre 2.200 vittime e ingenti danni nel nord-est del paese, riesce a scalfire le aberranti discriminazioni di genere radicate in Afghanistan, nazione che già registra il più elevato tasso di emarginazione femminile a livello globale. Una situazione, questa, frutto non solo di un'interpretazione estrema dell'islam – strumentalmente sbandierata dai talebani per giustificare il proprio potere – ma anche di arcaiche consuetudini tribali che pongono la supremazia maschile a cardine della società.

La testimonianza diretta dei soccorritori, giunti con oltre trentasei ore di ritardo nel villaggio di Bibi Aysha, ha rivelato una realtà agghiacciante: le donne, sepolte dalle macerie, sono state deliberatamente ignorate dai primi soccorsi locali a causa di regole che impediscono il contatto fisico con estranei. Un atto, questo, che ha di fatto condannato a morte molte di loro, lasciate morire nonostante le grida, in un silenzio assordante dettato da un'ideologia che antepone il dogma alla vita umana.

Parallelamente a questa tragedia annunciata, si staglia un'altra emergenza, di portata ancor più vasta. Samira Sayed Rahman, responsabile di Save the Children in Afghanistan, lancia un allarme preciso: «Già prima del sisma e dell’espulsione di oltre quattro milioni di afghani da Iran e Pakistan, calcolavamo che almeno 28 milioni di persone avessero necessità di supporto umanitario. Oggi i bisogni sono incalcolabili, mentre manca all'appello il 72% dei fondi promessi dalla comunità internazionale». Una crisi nella crisi, che rischia di trasformare la catastrofe naturale in una carestia senza precedenti.

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