Le previsioni Istat: un Pil in timida ripresa, ma le retribuzioni restano l'anello debole

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nonostante un contesto internazionale gravato dai conflitti e dalla nuova politica commerciale del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha reintrodotto dazi su alcune categorie di merci, l'economia italiana, stando alle ultime stime dell'Istat, sembra aver evitato lo spettro della recessione, proseguendo, seppur a fatica, il suo percorso di crescita. Dopo l'aumento dello 0,7% registrato nel 2024, infatti, il prodotto interno lordo dovrebbe segnare un +0,5% nel corso dell'anno in corso, per poi accelerare leggermente e raggiungere un incremento dello 0,8% nel 2026. Una dinamica che, se da un lato può essere letta come un segnale di resilienza, dall'altro continua a collocare il paese in una posizione di retroguardia nel panorama europeo, un dato che aveva già allarmato le istituzioni di Bruxelles nelle loro precedenti valutazioni. La spinta, in questo biennio, proverrebbe interamente dalla domanda interna, la quale, al netto delle scorte, contribuirebbe per +1,1 punti percentuali in entrambi gli anni, mentre il saldo netto con l'estero continuerebbe a pesare in negativo, frenando l'espansione complessiva.

Il motore interno e le ombre del confronto Ue

L'apparente stabilità, però, nasconde diverse criticità, a partire dal quadro occupazionale e retributivo. L'Istat rileva, infatti, che la disoccupazione si mantiene su livelli sostanzialmente stabili, un dato che di per sé potrebbe sembrare confortante ma che va immediatamente messo in relazione con l'andamento dei salari. Proprio a settembre, le retribuzioni hanno fatto registrare un calo dell'8,8% rispetto ai livelli del 2021, un arretramento che erode il potere d'acquisto delle famiglie e che rischia, nel medio periodo, di indebolire proprio quella domanda interna indicata come unico vero pilastro della ripresa. Questo scenario, del resto, si inserisce in un periodo di assestamento dei conti pubblici, ancora segnati dagli oneri derivanti dalle politiche fiscali straordinarie dei governi che si sono succeduti, come nel caso degli incentivi per le ristrutturazioni edilizie, i cui effetti sul debito continuano a farsi sentire.

La sfida tra crescita modesta e tenuta sociale

La fotografia scattata dall'istituto di statistica, dunque, non può essere ridotta al solo dato, pur positivo in sé, della crescita del Pil. Il quadro è più complesso e articolato, dove a una lenta e faticosa espansione economica non corrisponde un analogo miglioramento delle condizioni materiali di una parte significativa della popolazione attiva. La forbice tra l'aumento della ricchezza prodotta e la sua distribuzione rimane un nodo cruciale, che condiziona le prospettive future di un consumo solido e duraturo. Senza un'inversione di tendenza su questo fronte, il motore della domanda interna, oggi unico propulsore, potrebbe progressivamente perdere colpi, vanificando gli sforzi per consolidare una ripresa che appare ancora fragile e diseguale.

Uno sguardo oltre i dati aggregati

Quello che emerge, in definitiva, è un'economia che "lotta", come evidenziato dalla stessa relazione, in un ambiente esterno difficile e con pesanti eredità da gestire. La crescita prevista per il 2026, se confermata, rappresenterebbe un timido segnale di ossigeno, trainato da consumi e occupazione, ma la strada per un recupero robusto e omogeneo sul territorio nazionale appare ancora lunga. La vera sfida per i prossimi mesi consisterà nel tradurre i decimali di Pil in miglioramenti tangibili delle condizioni economiche delle persone, affrontando con politiche mirate il divario retributivo che rischia di diventare il vero tallone d'Achille di questa fase.

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