Fabio Concato, quella chitarra dopo il tunnel: «Sono risorto, ma da certe cose non si guarisce mai»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nel panorama della musica d’autore italiana, c’è chi scolpisce monumenti sonori e chi, invece, si siede al tavolo della cucina di famiglia. Fabio Concato, da sempre, appartiene a quest’ultima schiera, quella capace di trasformare istantanee di vita ordinaria – come quelle cantate in Fiore di maggio o Guido piano – in patrimonio collettivo. Ma il ritorno sul palco del cantautore milanese, atteso per l’11 maggio al Teatro Nazionale di Milano, non è una semplice ripresa dell’attività concertistica: è l’esito di una battaglia privata che lo ha visto costretto a fermarsi, esattamente come accadde nell’estate del 2025, quando la diagnosi di un tumore interruppe bruscamente il suo tour.
«Non sapevo se avrei voluto ricominciare»
A quasi un anno di distanza da quell’annuncio, dato con la sobrietà che lo contraddistingue, Concato rompe il silenzio con una lucidità quasi disarmante. Intervistato da La Repubblica, il settantaduenne racconta di aver colto «piccoli segnali, cose che non tornavano», e di essersi fatto controllare in tempo. L’immunoterapia, che lui definisce «fantastica perché non distrugge cellule indiscriminatamente, ma mirandole», gli ha permesso di tenere a bada il male. Tuttavia, nella narrazione di Concato non c’è spazio per facili trionfalismi. «Da certe cose non si guarisce mai, le si tiene sotto controllo», spiega, e aggiunge che fino a un mese fa non aveva nemmeno la certezza di voler riprendere in mano la chitarra. L’ipotesi di smettere, confessa, era concreta: «Mi sembrava che non mi appartenesse più quel genere di cose».
La paura di perdersi, non della morte
In un’epoca in cui le malattie dei vip vengono spesso spettacolarizzate, il racconto di Concato si distingue per la sua intima umanità. L’artista milanese ammette di non aver mai temuto realmente la morte, quanto piuttosto l’idea di uscire da quel tunnel «mezzo stortignaccolo» o di dover reimparare a parlare. Un timore, questo, restituito con una fragilità che stride volutamente con la spavalderia tipica del jet set. Oggi, dopo le cure seguite tra l’Istituto Tumori e l’Istituto Besta, dimostra di essere tornato in carreggiata: guida, mangia, cammina, riflette. E canta. «Ho dovuto fare qualche prova per essere sicuro, ma sono quello di prima», rassicura, consapevole però che il ritorno alla normalità sarà graduale.
L’abbraccio della sua Milano e la lezione della sanità pubblica
La scelta di ripartire dal Teatro Nazionale non è un dettaglio secondario. Concato lo definisce un «debutto» e ribadisce il legame viscerale con Milano, la città «a cui devo tutto». Se da un lato c’è l’emozione del palco, dall’altro c’è la gratitudine per il sistema sanitario che lo ha rimesso in piedi. L’elogio della sanità pubblica, che «già conoscevo dai tempi del Covid», emerge con forza nel suo discorso, quasi a voler bilanciare la narrazione corrente di un servizio sanitario nazionale sempre in affanno. «Confesso qualche minimo privilegio per il mio nome, ma nei limiti del decente», precisa, lanciando un ringraziamento esplicito ai medici che lo hanno seguito, diventati quasi degli amici.
Ritmi più umani e la paura che resta
Con l’entusiasmo ritrovato, tuttavia, Concato ha imposto una condizione al suo management: niente più spremitura. «L’estate mi blocco, non mi spremo tipo limone come ho fatto in passato», annuncia, rimandando le prossime date a ottobre. Il concerto dell’11 maggio sarà per lui un test, un banco di prova per verificare la tenuta fisica e mentale. «Se non arriverò in fondo, credo che verrò perdonato», scherza, ma la consapevolezza della precarietà della salute è ormai incistata nella sua vita. Anche se le terapie hanno funzionato, anche se la voce è intatta, la guardia resta alta. In fondo, come ripete più volte, da certe esperienze non si torna mai davvero indietro: si impara solo a convivere con la consapevolezza che le cose importanti – e fragili – si custodiscono meglio quando si smette di urlarle.




