Pasqua, la pace che viene dal Risorto non è quella delle Nazioni Unite

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un equivoco di fondo, quando si prova a tradurre il messaggio pasquale nel lessico delle diplomazie internazionali. Lo si coglie pienamente in una riflessione – peraltro recuperata da un amico frate francescano – di monsignor Enrico Manfredini, l’arcivescovo di Bologna che fu, va ricordato, legato a Luigi Giussani e a Giacomo Biffi. In un video destinato a circolare sottotraccia, Manfredini metteva in guardia da una riduzione semplicistica: “Non bisogna ridurre la Pasqua al tema della pace”. Non perché la pace sia secondaria, intendiamoci, ma perché quella donata dal Risorto è l’esatto opposto della pace negoziata tra Stati, dell’equilibrio precario che le agenzie internazionali – comprese quelle dell’Onu – provano a costruire. Una differenza, quest’ultima, che rischia di annullare la portata rivoluzionaria della resurrezione.

Il buio delle guerre e la tomba come luogo di inizio

La trasmissione “Domenica In” del 5 aprile 2026 ha riproposto il tema, intrecciandolo con l’attualità più cruda. Si è parlato della Santa Pasqua come messaggio di pace, amore e speranza, certo, ma senza quella patina oleografica che spesso accompagna le ricorrenze religiose. Il punto, hanno sottolineato i conduttori rifacendosi a fonti vaticane, è che la speranza cristiana non nasce in una sala riunioni né da un proclama. Nasce dentro una tomba murata, in un luogo senza luce: lì Dio ha già rovesciato il giudizio del mondo. Ecco perché, in un tempo segnato dalle guerre a Gaza, in Ucraina, in Darfur, e dalle tensioni con Teheran, osare parlare di resurrezione diventa un atto di coraggio e non di evasione.

I gesti dei papi e la giustizia che non è parola

Non sono mancati, nel corso della puntata, i riferimenti all’impegno dei pontefici. Si sono ricordati i loro gesti – quegli stessi gesti che hanno cercato di tenere insieme la denuncia della violenza sui più deboli e la costruzione quotidiana di una giustizia che non sia soltanto enunciata. L’invito, filtrato dalle riflessioni della trasmissione, è a incarnare la pace nella vita di ogni giorno. Non una pace astratta, si badi, ma quella che si fa azione concreta verso chi soffre: il malato, l’emarginato, chi non arriva a fine mese. Le nostre giornate, è stato osservato, sono tessute di attese giuste – la salute, un lavoro stabile, un po’ di sicurezza – e la Pasqua non le ignora, ma le attraversa.

Il fondamento della grande speranza (senza fughe dal reale)

Centinaia di milioni di persone, oggi, non sanno come arrivare a domani. Eppure, proprio in questa strettoia materiale, la resurrezione di Cristo agisce come un “fondamento della grande speranza”, per usare l’espressione ripresa nel dibattito. Non si tratta di una fuga dal reale, ma di uno sguardo capace di vedere, dentro il buio fitto delle guerre e della solitudine, una luce che non viene dalle diplomazie. La pace dell’Onu – quella dei trattati e delle mediazioni – ha il suo valore, ma è una pace pattizia, revocabile. Quella del Risorto, invece, è definitiva perché nasce dalla morte stessa. E in questo consiste il messaggio finale, privo di ogni generico sentimentalismo: agire con amore, concretamente, e imparare a vivere “con cuore aperto” anche quando tutto intorno sembra chiuso nella violenza.

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