Università, il nodo del semestre filtro in Medicina tra proteste e scontro politico
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Redazione Interno
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L'introduzione del cosiddetto "semestre filtro" per l'accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia continua a sollevare un polemico dibattito, alimentato da vibranti proteste studentesche e da un aspro confronto politico. Il meccanismo, voluto dal governo Meloni e definito da alcuni, all’esordio, con la cruda efficacia di un “Hunger Games”, prevede due sessioni di esami al termine di un primo periodo di studio: chi non le supera viene infatti escluso dal percorso, liberando posti per altri candidati in una successiva graduatoria. Una procedura che, mentre a Bari ha già generato centinaia di reclami, a Torino ha spinto gli studenti a lamentare condizioni ritenute umilianti, al punto da aver coniato lo slogan “trattati come bestiame” per descrivere la propria esperienza durante il secondo appello. Quelle voci di malcontento, che parlano di caos organizzativo e di una selezione percepita come arbitraria, trovano un'eco precisa nell’arena politica, dove l'opposizione attacca frontalmente la riforma.
La posizione netta del Partito Democratico
A scagliarsi con particolare veemenza contro il provvedimento è Valentina Chinnici, deputata regionale siciliana del Partito Democratico e vice segretaria regionale del partito, la quale non usa mezzi termini per definire il semestre “una beffa per i giovani e per il futuro della sanità”. Secondo la parlamentare, quanto messo in piedi dall’esecutivo non costituirebbe affatto “uno strumento serio per valorizzare il merito”, bensì si configurerebbe come l’“ennesimo, intollerabile, colpo alla speranza e al futuro dei nostri giovani e del nostro Sistema Sanitario Nazionale”. Una critica radicale che si estende anche alle dichiarazioni del ministro Bernini, giudicate “indegne” dalla stessa Chinnici, in un clima ormai surriscaldato dove ogni parola viene vissuta come una stoccata.
Le reazioni dal mondo accademico e il parere di Burioni
Se la classe politica si divide, dal mondo accademico giungono interventi che gettano ulteriore benzina sul fuoco. Il noto virologo Roberto Burioni, affrontando la questione dei test di ammissione, ha espresso un giudizio tranchant sulla loro difficoltà, affermando di averli trovati “di una facilità imbarazzante” e aggiungendo che li avrebbe superati “in secondo liceo”. Il suo monito agli studenti è stato di “lamentarsi di meno e studiare molto di più”, indicando nel sistema scolastico che promuove troppi studenti con voti elevati una delle cause di una presunta disillusione. Queste affermazioni, se da un lato puntano il dito su un presunto abbassamento della preparazione di base, dall’altro rischiano di minimizzare le concrete difficoltà logistiche e gli aspetti critici del nuovo metodo di selezione denunciati in varie sedi universitarie.
Un terreno di scontro destinato a durare
La querelle, che mescola temi cruciali come il diritto allo studio, la qualità della formazione medica e la pianificazione del personale sanitario futuro, appare lontana da una possibile composizione. Le proteste, che si moltiplicano da ateneo ad ateneo, sottolineano una percezione diffusa di ingiustizia e di un approccio eccessivamente selettivo e stressante già nella fase d’ingresso. D’altra parte, i sostenitori del provvedimento lo difendono come un necessario baluardo per garantire standard elevati. Ciò che emerge, al di là delle posizioni contrapposte, è un malessere tangibile che attraversa le aule e che impone una riflessione approfondita sui modelli di accesso alle professioni più delicate, senza che questo si traduca in una guerra di posizione sterile tra istituzioni e giovani aspiranti camici bianchi.




