L’Ofac autorizza Eni, Bp, Chevron, Repsol e Shell a trattare il greggio di Caracas: l’amministrazione Trump punta a rilanciare l’estrazione dopo la caduta di Maduro
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Redazione Esteri
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A poco più di un mese di distanza dall’operazione militare statunitense che ha portato all’estromissione e alla cattura di Nicolás Maduro, l’ufficio per il controllo dei beni esteri del dipartimento del Tesoro, noto come Ofac, ha concesso a cinque grandi compagnie petrolifere internazionali delle licenze generali che permettono loro di operare in Venezuela. Tra queste, come confermato dal gruppo italiano, c’è anche Eni, la quale si è limitata a dichiarare di stare valutando l’opportunità, mantenendo un dialogo definito costante e costruttivo con le autorità di Washington. La mossa, che arriva dopo un lungo periodo di sanzioni e isolamento per il paese sudamericano, rappresenta un chiaro segnale della volontà della nuova amministrazione guidata da Donald Trump di riappropriarsi in maniera diretta delle dinamiche estrattive di quello che resta il più grande giacimento certificato di greggio al mondo, con riserve che superano i 303 miliardi di barili.
Il via libera del Tesoro e le condizioni imposte alle major
L’autorizzazione, formalizzata dall’Ofac e comunicata nelle ultime ore, riguarda nello specifico il colosso americano Chevron, la britannica Bp, l’anglo-olandese Shell, la spagnola Repsol e, per l’appunto, l’italiana Eni. Il permesso concede a queste aziende di portare avanti transazioni legate alle operazioni di estrazione e gestione degli idrocarburi in territorio venezuelano, anche se fonti vicine al dossier sottolineano come si tratti di un via libera vincolato a determinate condizioni, il cui rispetto verrà monitorato con attenzione da Washington. Il segretario all’energia Chris Wright, del resto, aveva già anticipato giovedì scorso, nel corso di una visita a Caracas, che l’embargo petrolifero imposto dagli Stati Uniti era “di fatto finito”. Lo stesso Wright, incontrando la presidente incaricata Delcy Rodríguez, ha sottolineato come l’obiettivo primario sia ora quello di aumentare la produzione, crollata sotto il milione di barili al giorno non solo per le restrizioni, ma anche per decenni di mala gestione e mancanza di investimenti.
L’ombra di Delcy Rodríguez e la nuova strategia energetica
La riapertura al business petrolifero, con la concessione delle licenze a queste cinque compagnie, avviene in un contesto politico radicalmente mutato rispetto a poche settimane fa. La caduta di Maduro, avvenuta il 3 gennaio scorso per mano delle forze speciali statunitensi, ha portato all’insediamento di un governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez, già potente vicepresidente e figura chiave del regime chavista, la quale ha giurato il 5 gennaio. Ed è proprio con la nuova amministrazione Rodríguez che l’inviato Wright ha discusso le opportunità di rilancio del settore energetico, un rilancio che passa inevitabilmente dal ritorno delle multinazionali occidentali. L’intesa, di fatto, sancisce la fine dell’isolamento e apre la strada a un controllo sostanziale sulle esportazioni di greggio, come ha lasciato intendere lo stesso Wright parlando di “pieno controllo” Usa sulle entrate venezuelane. Per Eni e le altre, si tratta di un’opportunità per rientrare in un mercato strategico, sebbene in un quadro geopolitico ancora in piena evoluzione e con molti nodi da sciogliere riguardo agli accordi pregressi e ai contratti già stipulati in passato con il governo di Maduro. Le compagnie, che avevano già rapporti e joint-venture con la statale Pdvsa, ora si trovano a dover rinegoziare le proprie posizioni con la nuova leadership di Caracas, la quale appare tutt’altro che una comprimaria, avendo già rivendicato in più occasioni la propria autonomia nonostante il sostegno ricevuto da Trump. La strada, nonostante le licenze, si preannuncia complessa e irta di ostacoli burocratici e politici, ma il segnale lanciato dall’Ofac è inequivocabile: il greggio venezuelano deve tornare a scorrere, e deve farlo sotto l’egida delle grandi compagnie occidentali.




