Il petrolio pesante del Venezuela torna a scaldare i motori d’Europa, mentre Eni e Repsol sigillano accordi strategici e Washington scopre la propria vulnerabilità energetica.
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Redazione Esteri
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Dopo anni di isolamento forzato, dovuto a un regime di sanzioni che aveva di fatto paralizzato l’industria estrattiva locale, il paese sudamericano torna a essere il centro gravitazionale degli interessi delle major europee. A innescare questa rapida corsa al greggio, che molti analisti definiscono inaspettata almeno nei tempi, è stato il nuovo corso politico di Caracas apertosi dopo la fine dell’era Maduro. Eni, il “Cane a sei zampe” reso celebre dall’inconfondibile logo, ha dato il via alle operazioni con un carico da un milione di barili, salpato nei giorni scorsi dal terminal di Jose; la nave, battezzata Front Cruiser e navigante sotto bandiera delle Isole Marshall, sta attualmente attraversando il Mar dei Caraibi con destinazione Cartagena, in Spagna, dove l’attracco è previsto per il 25 aprile.
L’accordo che ridisegna la mappa
A muovere i fili di questa riapertura, non è solo la sete di idrocarburi. Repsol, che in Venezuela opera ininterrottamente dal 1993, ha firmato ieri un’intesa di portata storica con il governo sudamericano. L’accordo, riportato con dovizia di particolari dal Financial Times, non solo restituisce alla compagnia iberica il controllo operativo dei propri giacimenti, ma prevede un piano ambizioso per triplicare la produzione entro i prossimi tre anni. Attualmente, la società estrattiva spagnola produce circa 45.000 barili al giorno; l’obiettivo dichiarato, nelle intenzioni dei vertici aziendali, è quello di un incremento del 50% già nei prossimi dodici mesi, qualora le condizioni operative e di mercato lo consentano. A rendere possibile questa manovra, spulciando i documenti ufficiali, è un innovativo “sistema di pagamento garantito” che elude i precedenti problemi di insolvenza, i quali avevano in passato raffreddato gli entusiasmi degli investitori stranieri.
La vulnerabilità strategica di Washington
Mentre l’Europa riallaccia i rapporti con la cintura dell’Orinoco, dall’altra parte dell’Atlantico emerge una contraddizione che appare difficile da nascondere per l’amministrazione Trump. La stessa Washington che per anni ha capeggiato il blocco petrolifero, scopre oggi di non poter fare a meno del greggio pesante venezuelano. Le raffinerie americane, concepite tecnicamente per processare questa specifica tipologia di greggio, hanno visto Chevron aumentare le importazioni fino a toccare una media di circa 250.000 barili al giorno. In una recente dichiarazione rilasciata alla stampa, Andrew Walz, dirigente della compagnia americana, ha candidamente ammesso la portata del fenomeno: non solo l’import è in corso, ma si sta già studiando un aumento della capacità del 50%, portando il quantitativo giornaliero a quota 400.000 barili. Questa frenetica attività, che include anche la corsa ai diluenti necessari per rendere trasportabile il greggio, rivela come la strategia energetica della superpotenza sia oggi costretta a fare i conti con la propria vulnerabilità infrastrutturale.
Le cessioni e la macchina degli idrocarburi
Il ritorno massiccio di Eni e Repsol non è dunque un caso isolato, bensì il sintomo di un riallineamento globale degli equilibri energetici. Le aziende europee, che avevano subito pesanti perdite durante il periodo di massima tensione diplomatica, stanno ora capitalizzando la distensione seguita alla cattura del vecchio leader. Per quanto riguarda l’aspetto logistico, la spedizione di Eni rappresenta un vero e proprio test per la resilienza delle catene di approvvigionamento. Se la Front Cruiser completerà la sua traversata senza intoppi, si aprirà la strada a un flusso regolare di petroliere dirette in Europa. Nel frattempo, la compagnia italiana e quella spagnola si sono già assicurate un’altra vittoria strategica con la firma di un accordo separato per la sostenibilità della produzione di gas naturale, riguardante il progetto Cardon IV. Le concessioni, ora al sicuro da nazionalizzazioni improvviste, rappresentano un’ancora di salvezza per un continente che, privato delle fonti russe, cerca disperatamente di diversificare il proprio paniere energetico senza cadere in nuove dipendenze geopolitiche.




