Eni e le altre big del petrolio tornano a operare in Venezuela con il via libera di Washington
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Redazione Esteri
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L’amministrazione Trump ha concesso a cinque multinazionali energetiche, tra cui l’italiana Eni, il permesso di riprendere l’estrazione di petrolio e gas in Venezuela, ponendo fine a un regime di sanzioni che dal 2019 bloccava di fatto le operazioni delle compagnie occidentali nel paese sudamericano -1-5. L’annuncio, pubblicato ieri sul sito del Dipartimento del Tesoro attraverso l’Office of Foreign Assets Control (Ofac), autorizza formalmente non solo la compagnia guidata da Claudio Descalzi ma anche le britanniche BP e Shell, la spagnola Repsol e l’americana Chevron a riattivare le proprie attività nella regione, in particolare nella ricca Fascia dell’Orinoco -8-10. Questa decisione arriva a poco più di un mese di distanza dalla caduta di Nicolás Maduro, rimosso il 3 gennaio da forze speciali statunitensi, e sancisce un nuovo corso nei rapporti bilaterali che vede Washington esercitare un controllo stringente sul flusso degli introiti energetici venezuelani -1-4.
Le condizioni imposte dal Tesoro americano e il meccanismo dei pagamenti
Le licenze concesse, due in totale, non si limitano a rimuovere gli ostacoli burocratici ma istituiscono un sistema di vigilanza finanziaria piuttosto articolato. Tutti i proventi derivanti dalle vendite di greggio, inclusi i pagamenti di royalty e imposte, dovranno transitare attraverso un conto del Tesoro statunitense aperto in Qatar, il Foreign Government Deposit Funds, scelta che aggira il rischio di sequestri legati ai contenziosi ancora aperti tra Caracas e numerosi creditori internazionali -7-8. La seconda licenza generale, inoltre, apre le porte a nuove intese contrattuali nel settore dell’oil & gas per tutte le aziende interessate, a patto che queste si impegnino a dirimere eventuali controversie davanti alla giustizia americana e non venezuelana -1. Restano esplicitamente escluse dalle transazioni tutte le entità legate a Russia, Iran, Corea del Nord, Cuba e Cina, un chiaro segnale geopolitico volto a escludere competitori considerati avversari da qualsiasi futura riconfigurazione dell’industria energetica locale -2-5.
Il quadro politico dopo la fine del chavismo e le riforme legislative
La riapertura del settore è stata preceduta da un rapido allineamento del nuovo esecutivo venezuelano, guidato dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez, con le richieste arrivate da Washington -1. Già a gennaio il segretario di Stato Marco Rubio aveva avviato contatti diretti con il governo di transizione, mentre nei giorni scorsi il segretario all’energia Chris Wright si è recato a Caracas per discutere le opportunità di investimento, parlando esplicitamente di un embargo ormai "di fatto finito" -5-6. A facilitare l’ingresso delle multinazionali ha contribuito anche l’approvazione di una nuova legge sugli idrocarburi voluta dall’amministrazione Rodríguez, che rivede le restrizioni precedenti e introduce modelli contrattuali più flessibili, come gli accordi di produzione condivisa, superando il vecchio sistema che vincolava gli investitori stranieri alle joint venture con la statale Pdvsa -3-7.
Il ruolo centrale di Chevron e l’esclusione di Exxon e ConocoPhillips
Tra le cinque società autorizzate, Chevron godeva già di una licenza speciale che le permetteva di mantenere una presenza limitata nel paese, seppur con difficoltà operative, mentre per Eni e le altre europee il provvedimento rappresenta una piena riabilitazione dopo le restrizioni inasprite nel marzo del 2025 -4-8. Non compaiono invece nell’elenco colossi come ExxonMobil e ConocoPhillips, le cui attività furono espropriate sotto la presidenza di Hugo Chávez e che ora sembrano valutare con maggiore cautela il contesto venezuelano: l’amministratore delegato di Exxon, Darren Woods, aveva espresso scetticismo sulla redditività di nuovi investimenti a breve termine, nonostante le pressioni esercitate direttamente dalla Casa Bianca per convincere i big del settore a tornare sui propri passi -1-9. La scelta di limitare per ora il gruppo delle ammesse riflette dunque una strategia graduale, mirata a testare la tenuta del nuovo quadro normativo e la stabilità delle garanzie offerte da Caracas sotto l’occhio vigile di Washington.




