L’Eni riparte dal Venezuela, Washington apre il rubinetto del petrolio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Con un’autorizzazione che porta la data di ieri e il sigillo dell’Ofac, il dipartimento del Tesoro americano ha di fatto riaperto i rubinetti del petrolio venezuelano a cinque colossi occidentali, e tra questi, ovviamente, c’è anche l’Eni. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi, insieme alle britanniche Bp e Shell, alla spagnola Repsol e all’americana Chevron, ha ricevuto il via libera per riprendere le operazioni nel paese sudamericano, operazioni che erano di fatto congelate dall’intreccio delle sanzioni e dal recente cambio di regime a Caracas. Una mossa, quella di Washington, che arriva a quasi due mesi dalla cattura di Nicolás Maduro e che fotografa una linea politica sottile, nella quale il pragmatismo energetico — necessità improrogabile per l’amministrazione Trump — finisce per prevalere sulla coerenza giuridica. Perché se è vero che gli Stati Uniti, sul piano formale, continuano a non riconoscere il governo guidato da Delcy Rodríguez, riferendosi piuttosto all’Assemblea Nazionale eletta nel 2015, è altrettanto vero che stanno trattando con le autorità di fatto per rimettere in moto l’industria petrolifera, gestendo pure i flussi finanziari che ne deriveranno.
Il ritorno controllato delle major sotto la supervisione di Washington
La licenza generale concessa dall’Office of Foreign Assets Control non è un lasciapassare in bianco, ma piuttosto uno strumento di controllo raffinato, che permette a queste cinque compagnie di operare nel settore petrolifero e del gas, seppur sotto la stretta supervisione della giurisdizione statunitense. Significa, in sostanza, che le transazioni e le estrazioni saranno monitorate e che i pagamenti di regalie e imposte al Venezuela avverranno attraverso canali definiti, come il Fondo di Depositi per Governi Stranieri, evitando che il denaro possa alimentare circuiti non graditi a Washington. Una mossa che arriva dopo anni di embargo e tensioni, e che segna un’inversione di rotta significativa: se Chevron, grazie a un’esenzione speciale, aveva potuto mantenere una presenza limitata, ora si allarga il perimetro, coinvolgendo direttamente l’Europa e, con l’Eni, anche l’Italia. Una scelta che parla chiaro: l’amministrazione Trump spinge per aumentare la produzione di greggio venezuelano, crollata sotto il milione di barili al giorno, un tracollo dovuto non solo all’embargo ma anche a decenni di sottoinvestimenti e gestione inefficiente delle infrastrutture locali.
L’intricato nodo della transizione politica e delle riserve energetiche
Ciò che colpisce, in questo quadro, è la doppia pista su cui si muove la Casa Bianca. Da una parte, si continua a parlare di un piano a lungo termine per il Venezuela, di una transizione democratica che dovrebbe portare a nuove elezioni, anche se di date, al momento, non se ne parla; dall’altra, si negoziano accordi con il governo ad interim di Delcy Rodríguez, colei che oggi detiene il potere a Caracas. Un doppio binario che stride, ma che risponde a una logica di realpolitik: il Venezuela possiede le più grandi riserve di greggio al mondo, oltre 303 miliardi di barili, e gli Stati Uniti, in un contesto di mercato globale incerto, non possono permettersi di ignorarle. La priorità, per Trump, è rimettere in moto la macchina estrattiva, anche a costo di ingoiare qualche rospo politico. Lo dimostra il fatto che, mentre si elogiavano le forze speciali autrici della cattura di Maduro, si concedeva a cinque multinazionali la possibilità di tornare a investire, creando di fatto una commistione inedita tra intervento militare e diplomazia del petrolio. Un’operazione che, nelle intenzioni, dovrebbe anche servire a riequilibrare i rapporti di forza con paesi come Russia, Iran e Cina, le cui aziende restano escluse da queste nuove licenze, un veto esplicito a che gli asset venezuelani finiscano in mani considerate ostili.
Le incognite del recupero produttivo e le condizioni imposte alle aziende
Per l’Eni e per le altre, comunque, non sarà una passeggiata. Il via libera di Washington è solo il primo passo di un cammino che si preannuncia irto di ostacoli tecnici e politici. Le infrastrutture petrolifere venezuelane, infatti, versano in uno stato di degrado profondo, aggravato da anni di mancanza di manutenzione e dall’esodo di competenze tecniche avvenuto durante l’era Chávez prima e Maduro poi. Riportare la produzione a livelli decenti richiederà investimenti miliardari e, soprattutto, tempo. Si stima che, anche nello scenario più ottimistico, potrebbero volerci anni per vedere un incremento significativo dell’output. In più, c’è la complessa questione della qualità del greggio: si tratta prevalentemente di petrolio pesante, più difficile e costoso da raffinare, che necessita di impianti specifici, molti dei quali si trovano proprio sulla costa del Golfo degli Stati Uniti. Un’interdipendenza, questa, che spiega perché Washington voglia tenere le redini del gioco. L’Eni, da parte sua, ha fatto sapere tramite un portavoce che sta valutando le opportunità offerte dalla licenza, mantenendo un dialogo costante con le autorità americane. Insomma, il dado è tratto, ma la partita venezuelana è appena cominciata e si giocherà su un terreno minato, dove la diplomazia del petrolio e le incertezze politiche locali si intrecceranno inevitabilmente.




