Il Tesoro americano rilascia l’Eni: il gruppo di Descalzi potrà tornare a operare in Venezuela

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Office of Foreign Assets Control, il dipartimento del Tesoro statunitense che gestisce le sanzioni economiche, ha ufficialmente inserito l’Eni tra i cinque colossi energetici autorizzati a riprendere le operazioni nel settore petrolifero e del gas venezuelano. La decisione, formalizzata attraverso la pubblicazione delle Licenze Generali 49 e 50 sul sito web del Dipartimento, rappresenta una svolta sostanziale per il gruppo guidato da Claudio Descalzi, che dal 2019 – anno in cui l’amministrazione Trump impose l’embargo sulle forniture di Caracas – aveva accumulato un credito nei confronti della compagnia di Stato Pdvsa che gli ultimi bilanci quantificano in circa tre miliardi di dollari. Una cifra, quest’ultima, rimasta congelata dall’ufficio guidato da Scott Bessent assieme alle analoghe posizioni creditorie della spagnola Repsol, della britannica Shell, dell’anglo-olandese BP e dell’americana Chevron, quest’ultima già parzialmente operativa grazie a una deroga specifica che ora viene estesa e regolamentata su basi completamente nuove.

Una licenza che trasforma i crediti in attività produttive

Il provvedimento, lungi dal rappresentare una semplice riapertura tecnica dei canali commerciali, delinea un meccanismo complesso attraverso il quale le compagnie petrolifere potranno monetizzare gli arretrati trasformandoli di fatto in investimenti sul campo. L’Eni, che attraverso la joint venture con Repsol continua a produrre gas dal giacimento offshore Perla – attività quest’ultima fondamentale per la generazione elettrica destinata al consumo interno venezuelano – potrà ora compensare i mancati pagamenti con l’estrazione e la commercializzazione di greggio, riavviando un circuito finanziario rimasto interrotto per oltre sei anni. La supervisione di Washington, tuttavia, non sarà soltanto formale: i pagamenti delle royalty e delle imposte dovute a Caracas dovranno transitare obbligatoriamente attraverso il Foreign Government Deposit Fund, un meccanismo di tesoreria controllato dagli Stati Uniti che di fatto centralizza i proventi energetici, sottraendoli alla gestione diretta delle autorità locali per garantire quella che l’amministrazione Trump definisce “trasparenza fino all’insediamento di un governo pienamente rappresentativo”.

L’esclusione di Russia, Cina e Iran e la nuova geografia degli idrocarburi

Parallelamente alle autorizzazioni concesse alle cinque major occidentali, la seconda licenza generale pubblicata dall’Ofac apre le porte a tutte le compagnie internazionali che intendano negoziare nuovi contratti di investimento con Pdvsa, introducendo però una clausola restrittiva di portata geopolitica immediatamente evidente: sono esplicitamente escluse dalle transazioni tutte le entità riconducibili a Russia, Iran, Cina e Corea del Nord, oltre a qualsiasi joint venture controllata da soggetti di quei Paesi. Una mossa, quella voluta dal segretario di Stato Marco Rubio, che ridisegna la mappa degli attori ammessi a sfruttare quelle che, con oltre 303 miliardi di barili di riserve accertate, costituiscono le riserve petrolifere più vaste del pianeta. L’obiettivo dichiarato, nelle conversazioni che il segretario all’Energia Chris Wright ha intrattenuto a Caracas con la presidente incaricata Delcy Rodríguez, è attrarre fino a cento miliardi di dollari di capitali per risollevare una produzione precipitata ben al di sotto del milione di barili giornalieri, lontanissima dai picchi di inizio secolo, ma la selezione dei beneficiari rivela senza infingimenti la volontà di escludere competitor strategici da un mercato considerato vitale per gli equilibri energetici dell’emisfero.

Il quadro normativo venezuelano si adatta alle condizioni americane

Le autorità di Caracas, dal canto loro, hanno preparato il terreno per questo rinnovato afflusso di capitali approvando una riforma sostanziale della legge sugli idrocarburi, un intervento normativo che smantella gran parte delle limitazioni all’investimento estero introdotte negli anni delle amministrazioni Chávez e Maduro e che aveva portato, tra il 2007 e gli anni successivi, all’esproprio dei giacimenti di Exxon Mobil e ConocoPhillips. Il nuovo quadro giuridico, varato in tempi straordinariamente rapidi dopo gli eventi del 3 gennaio, risponde punto per punto alle richieste presentate dalle compagnie statunitensi e dai loro alleati europei, offrendo garanzie che fino a pochi mesi fa apparivano impensabili. E se l’amministratore delegato di Exxon, Darren Woods, continua a manifestare pubblicamente scetticismo sulla “bancabilità tecnica” del paese sudamericano, definendolo ancora sostanzialmente non investibile nonostante i recenti sviluppi, la lista delle cinque società già operative – che include appunto l’italiana Eni insieme a Chevron, Repsol, BP e Shell – testimonia invece la fiducia di chi, come Descalzi, ha insistito per anni sulla strategia di mantenere aperto un canale di dialogo con Washington, nella convinzione che prima o poi il corridoio si sarebbe riaperto.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.