Il silenzio di Elena, svanita nel nulla tra le campagne del Foggiano: una settimana di ricerche senza trovare la giovane romena
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Redazione Interno
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Sette giorni di angoscia si sono compiuti senza che del suo volto, stampato in un selfie scattato sull’aereo che tre mesi fa la portava in Italia dalla Romania, emergesse alcuna traccia concreta. Elena Rebeca Burcioiu, ventun anni compiuti lo scorso maggio e un’esistenza segnata dall’assenza di affetti primari – è orfana e non ha fratelli –, aveva riposto la propria speranza in Puglia, una regione che per molti migranti rappresenta una promessa di lavoro, sebbene spesso si trasformi in un miraggio. Arrivata insieme a una connazionale, con la quale divideva un appartamento in affitto a Canosa di Puglia, nel cuore della provincia di Barletta-Andria-Trani, la giovane aveva inizialmente cercato impiego come bracciante agricola, spostandosi quotidianamente, con mezzi non ancora ben identificati dagli inquirenti, verso il capoluogo dauno e le zone limitrofe, in particolare quell’area compresa tra Foggia e San Severo dove il caporalato rappresenta una piaga sociale diffusa e silenziosa. La sua vita, però, aveva preso una piega diversa nelle ultime settimane, quando lei e l’amica avevano iniziato a frequentare quel tratto della statale 16, all’altezza di borgo La Rocca, un’area isolata e nota alle forze dell’ordine per la presenza di attività di prostituzione, una scelta dettata probabilmente dalla necessità di racimolare risorse in un contesto economico che non lasciava scampo.
La dinamica del giorno in cui si sono perse le sue tracce è stata ricostruita minuziosamente attraverso il racconto della coinquilina, colei che, nel tardo pomeriggio del 2 marzo, si è presentata in questura per sporgere denuncia. Quella mattina le due ragazze erano state accompagnate lungo la statale, luogo dove erano solite attendere i clienti, e si erano date appuntamento per le ore successive, con l’intenzione di fare ritorno insieme a Canosa. Un accordo semplice, quello, che prevedeva una riunione a fine mattinata, ma che Elena non ha rispettato, sparendo di fatto nel nulla. La preoccupazione dell’amica è montata rapidamente quando i tentativi di contattarla al cellulare sono risultati vani, spingendola così a rivolgersi alle autorità. Gli investigatori, intervenuti prontamente, hanno rinvenuto il telefono della ventunenne abbandonato sul ciglio della strada, un elemento che ha immediatamente fatto scattare l’allarme e spostato il baricentro delle ricerche da una semplice allontanamento volontario a un caso di scomparsa con contorni ben più preoccupanti. Quel dispositivo, ora al vaglio della procura, potrebbe contenere contatti o messaggi decisivi, sebbene al momento non siano stati resi noti elementi utili a comprendere chi abbia potuto incontrare nelle sue ultime ore di libertà.
Un’esistenza ai margini e il timore di minacce esterne
La figura di Elena Rebeca Burcioiu, emersa dai racconti frammentari dell’amica e dalle verifiche degli investigatori, è quella di una ragazza sola, priva di una rete familiare in patria e approdata in Italia con il sogno, piuttosto comune del resto, di costruirsi un'avvenire dignitoso. La realtà che ha trovato, fatta di lavori saltuari nei campi e di una precarietà economica endemica, l’ha spinta, come accade a molte altre giovani in condizioni di fragilità, verso una strada lastricata di rischi. Nella denuncia presentata dalla coinquilina, un passaggio ha catturato l’attenzione di chi indaga: nei giorni antecedenti la scomparsa, le due ragazze sarebbero state importunate e minacciate da alcuni uomini, con ogni probabilità legati ai circuiti di sfruttamento della prostituzione che controllano il territorio. Un dettaglio, questo, che ha indirizzato il focus delle indagini verso un individuo originario dell’Europa dell’Est, figura che potrebbe avere un ruolo di rilievo nella gestione delle attività illecite in quelle campagne e che, stando a quanto riferito, avrebbe intimidito entrambe.
Gli inquirenti, pur mantenendo il massimo riserbo e senza rendere note le generalità del sospettato, stanno vagliando ogni possibile pista senza escludere alcuna ipotesi, concentrando gli sforzi su quell’ambiente fatto di clienti occasionali e di sfruttatori senza scrupoli che popolano l’anonima periferia rurale. Non si tralascia, ovviamente, la possibilità che la ragazza possa aver deciso di allontanarsi volontariamente per motivi personali, ma il ritrovamento del cellulare – oggetto ormai indispensabile e dal quale difficilmente ci si separa in modo volontario – e il mancato appuntamento con l’amica, con la quale aveva un rapporto di quotidianità e di reciproco sostegno, rendono questa ipotesi meno percorribile agli occhi degli investigatori. La Prefettura di Foggia, che coordina il piano provinciale per la ricerca delle persone scomparse, ha diramato le foto della giovane – in una delle quali indossa una maglia fucsia e ha i capelli semiraccolti, con lo sguardo rivolto all'obiettivo e un sorriso appena accennato – in tutte le questure e i comandi dei carabinieri, chiedendo la collaborazione di chiunque possa averla vista o fornire informazioni utili contattando il numero unico per le emergenze.
L’impiego di droni e sommozzatori per scandagliare la campagna
Le operazioni di ricerca, dispiegate su un ampio raggio che copre le sterrate e gli appezzamenti coltivati tra Foggia e San Severo, hanno visto l’impiego di un cospicuo numero di forze sul campo. Polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza e vigili del fuoco, con il supporto della protezione civile e di unità cinofile specializzate, stanno setacciando palmo a palmo un territorio impervio e costellato di insidie, come canaloni, pozzi e vasche per l'irrigazione, elementi che caratterizzano il paesaggio agricolo e che possono celare tragiche scoperte. Nella notte tra giovedì e venerdì scorsi, l’intervento dei sommozzatori dei vigili del fuoco, giunti appositamente da Bari e Taranto, si è concentrato sull’ispezione di un grande vascone ad uso irriguo nelle vicinanze di borgo La Rocca, un’operazione complessa e delicata che, fortunatamente, non ha dato esito, alimentando comunque un flebile spiraglio di speranza.
Parallelamente alle perlustrazioni a terra, condotte anche con l’ausilio di droni che sorvolano le zone impervie per avere una visuale dall’alto e individuare eventuali anomalie, gli investigatori della squadra mobile continuano a lavorare sull’elemento forse più prezioso a disposizione: il telefono cellulare di Elena. Gli accertamenti tecnici sui tabulati e sul contenuto del dispositivo, ritrovato integro, sono finalizzati a ricostruire gli ultimi contatti della ragazza e a verificare se vi siano state comunicazioni con persone riconducibili a quell’uomo dell’Est finito nel mirino o con possibili clienti incontrati quella mattina. L’amica, nel frattempo, aspetta e spera, confortata solo dall’idea che le ricerche, come confermato da fonti investigative, siano ancora condotte con l’obiettivo prioritario di rintracciare una persona in vita e non un cadavere. Il silenzio che avvolge la sorte di Elena, però, si fa di giorno in giorno più assordante, mentre il tempo, si sa, gioca sempre un ruolo ambiguo in queste vicende.




