Elena Rebeca Burcioiu, il giallo della ventunenne scomparsa nel Foggiano: ricerche serrate tra droni e testimonianze
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Redazione Interno
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Da una settimana, di lei non si ha più alcuna traccia e il silenzio che avvolge le campagne tra Foggia e San Severo, quelle stesse campagne che Elena Rebeca Burcioiu frequentava, si fa di giorno in giorno più pesante e carico di angoscia. La giovane di origine romena, ventun anni compiuti lo scorso maggio e una vita segnata dall'essere orfana di entrambi i genitori, era giunta in Italia circa tre mesi fa insieme a un'amica e connazionale, spinta dalla speranza di trovare un'occupazione e costruirsi un futuro, un futuro che per ora si è interrotto in un pomeriggio di lunedì 2 marzo. Le ricerche, coordinate dalla prefettura di Foggia che ha attivato il piano provinciale interforze per le persone scomparse, proseguono senza sosta e impiegano ogni mezzo a disposizione: droni sorvolano dall'alto i terreni incolti e i seminativi, cani molecolari fiutano tra i filari e i casolari abbandonati, mentre sommozzatori dei vigili del fuoco, giunti da Bari, scandagliano il fondo dei vasconi irrigui e dei canali di scolo, quei luoghi che, in casi simili, diventano tristi scrigni di verità. La ragazza, alta un metro e sessantacinque, con lunghi capelli castani e occhi dello stesso colore, indossava quando è stata vista l'ultima volta una maglia marrone, pantaloni e scarpe nere; un abbigliamento semplice che nulla lascia presagire della complessa e dolorosa realtà in cui era finita.
Il telefono ritrovato e l'ombra delle molestie
L'elemento che ha fatto precipitare gli eventi e trasformato una semplice preoccupazione in un allarme di vaste proporzioni è stato il ritrovamento del suo cellulare, avvenuto il giorno stesso della denuncia di scomparsa. Il telefono della ventunenne, uno strumento ormai indispensabile e parte integrante della nostra vita quotidiana, giaceva abbandonato sul ciglio della statale 16, all'altezza di Borgo La Rocca, una piccola e isolata borgata rurale a pochi chilometri da Foggia. Ed è proprio in quel tratto di strada, un nastro d'asfalto che taglia in due distese di campi coltivati e rappresenta una via di comunicazione fondamentale per il traffico pesante, che si concentrano i maggiori sospetti e le ricerche più serrate. L'amica con cui Elena condivideva l'affitto di un appartamento a Canosa di Puglia, in provincia di Barletta-Andria-Trani, ha raccontato agli investigatori che le due, dopo un primo periodo in cui avevano lavorato come braccianti agricole nelle campagne della zona, si erano poi trasferite, circa una decina di giorni prima della scomparsa, in quest'area del Foggiano per prostituirsi, un'attività, questa, a cui erano state probabilmente adescate e che rappresentava una fonte di guadagno più immediata, seppur esposta a innumerevoli rischi. La stessa amica ha inoltre riferito di episodi di molestie e di intimidazioni subite nei giorni precedenti da parte di alcuni uomini che gravitavano attorno a quel mondo, un dettaglio, questo, su cui la procura sta ora concentrando le proprie attenzioni, cercando di dare un nome e un volto a coloro che potrebbero aver avuto un ruolo nella scomparsa.
La vita parallela sulla statale 16 e lo sguardo di chi la percorre
Sulla statale 16, che collega Foggia a San Severo, si snoda una vita parallela, fatta di soste veloci e incontri fugaci, un mondo sommerso che pochi vedono e di cui molti preferiscono ignorare l'esistenza. È in questo contesto che si inserisce la testimonianza raccolta da un autista di un autobus di linea extraurbano, un uomo che ogni giorno percorre quella strada e che ha raccontato di vedere ragazze, giovani come Elena, salire sul mezzo e scendere alle varie piazzole di sosta disseminate lungo il percorso. “Sull’autobus salgono diverse ragazze che poi scendono alle piazzole di sosta sulla statale 16 – ha dichiarato l'autista – ma la ragazza scomparsa non l’ho mai vista”. Una dichiarazione che, se da un lato non aggiunge elementi utili al ritrovamento, dall'altro dipinge con realismo la quotidianità di quel tratto di strada, dove la presenza di giovani donne in attesa di clienti è diventata una consuetudine, una consuetudine che si staglia sullo sfondo di un paesaggio agricolo fatto di casolari e distese di grano. I residenti di Borgo La Rocca, poche famiglie che vivono in quella che un tempo era una stazione della Dogana della Mena delle Pecore, si conoscono tutti e hanno riferito di non aver mai visto la ragazza prima d'ora, sottolineando come quel tipo di vita, seppur geograficamente vicino, rimanga distante e separato dalla loro quotidianità fatta di lavoro nei campi e di abitudini radicate.
Un'indagine a tutto campo tra campi e casolari
Il fascicolo aperto in procura, per ora senza ipotesi di reato e con la sola finalità di coordinare le ricerche, si arricchisce di dettagli e di elementi che gli investigatori stanno verificando con meticolosa pazienza. Il telefono cellulare della giovane, ritrovato in una delle piazzole di sosta dove le ragazze sono solite attendere i clienti, è al vaglio della polizia scientifica, nella speranza di estrarre dati, messaggi o contatti che possano fornire una pista da seguire. Nel frattempo, le battute di ricerca, condotte da carabinieri, polizia e guardia di finanza con il supporto della protezione civile, si estendono a macchia d'olio, includendo non solo Borgo La Rocca ma anche le campagne circostanti, le masserie abbandonate e gli anfratti più impervi dove una persona potrebbe essere stata nascosta o dove, malauguratamente, potrebbe trovarsi un senza vita. L'attenzione degli inquirenti, come riportato da alcune fonti, sembrerebbe essersi concentrata su un uomo originario dell'Europa dell'Est, una figura che potrebbe essere legata allo sfruttamento della prostituzione nella zona e che avrebbe minacciato le due ragazze, un particolare che trasforma la scomparsa di Elena da un semplice allontanamento volontario a un possibile caso di cronaca nera con inquietanti risvolti.




