La ragazza scomparsa a Foggia si era allontanata con un uomo conosciuto il giorno stesso ed è stata ritrovata a Firenze

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il lungo ponte della Statale 16, nel tratto tra Foggia e San Severo, luogo di sosta e di transito, di attesa e di passaggio, era diventato suo malgrado lo scenario dell'ultimo avvistamento di Elena Rebeca Burcioiu, prima che di lei si perdessero le tracce per dodici interminabili giorni. La giovane di origini rumene, ventunenne, era salita a bordo di una Bmw di colore nero, e quel gesto, inizialmente interpretabile come l'inizio di una prestazione lavorativa, si è rivelato essere invece l'avvio di una fuga. L'uomo alla guida, un connazionale poco più grande, non era un cliente occasionalmente incontrato lungo quella stessa arteria, bensì qualcuno conosciuto poche ore prima, sempre a Foggia, quasi che il loro incontro, fortuito o cercato che fosse, avesse l'impronta di un destino che si compie in fretta, nella stessa mattinata in cui la ragazza ha fatto perdere le proprie tracce.

La notizia del ritrovamento, giunta nella serata di ieri, ha messo fine a una ricerca che aveva mobilitato forze dell'ordine e mezzi sofisticati, con droni e cani molecolari impiegati per scandagliare le campagne, i casolari abbandonati e perfino i pozzi della Capitanata, nell'ipotesi, per fortuna rivelatasi infondata, che fosse accaduto il peggio. Invece, è stata la stessa Elena, insieme al giovane con cui viaggiava, ad avvicinare una volante della polizia nei pressi dello stadio di Firenze, presentandosi agli agenti e dichiarando di stare bene e di aver voluto quell'allontanamento. Una volontà, la sua, ribadita più volte nel corso degli accertamenti svolti in questura, dove è stata ascoltata fino a tarda notte per ricostruire gli spostamenti di questi giorni, spostamenti che l'avrebbero vista, stando a quanto si apprende, trascorrere qualche serata in discoteca nel capoluogo toscano.

Alle spalle di questa vicenda, tuttavia, si staglia uno sfondo ben più complesso e oscuro. La sua amica e connazionale, quella stessa che ne aveva denunciato la scomparsa, aveva riferito agli investigatori come entrambe si prostituissero su quella strada, una realtà emersa con chiarezza fin dalle prime battute dell'indagine. Ed è in quel contesto che si inserisce un'altra figura, un uomo di nazionalità albanese che, stando alla denuncia, le avrebbe minacciate per costringerle a versare una quota del loro guadagno, una sorta di pizzo da centocinquanta euro ogni tre giorni per poter continuare a battere su quella piazzola, o in alternativa per lavorare direttamente per lui. Un tentativo di sfruttamento al quale le due avrebbero opposto un rifiuto, un rifiuto che getta una luce sinistra sulla scomparsa, sebbene le indagini abbiano poi chiarito come l'uomo sulla Bmw, quello con cui Elena è partita, non fosse il cittadino albanese, bensì il giovane di cui forse si era invaghita.

Il telefono e il giubbotto, indizi di una volontaria sparizione

A rendere ancora più fitte le prime fasi dell'indagine erano stati i ritrovamenti, avvenuti nelle ore immediatamente successive alla scomparsa, del telefono cellulare della ragazza e del suo giubbotto di pelliccia bianca. Il primo era stato abbandonato lungo il ciglio della strada, quasi un gesto deliberato per sottrarsi a qualsiasi localizzazione, un atto che parlava di una volontà precisa di non essere rintracciata. Il secondo, il giaccone, era stato rinvenuto sotto un ponte della Statale 16, in una di quelle piazzole di sosta che la ragazza e l'amica frequentavano, un luogo simbolico che forse rappresentava il peso di una vita dalla quale Elena desiderava allontanarsi. Due elementi, il telefono e il capo d'abbigliamento, che avevano fatto temere il peggio ma che, con il senno di poi, appaiono come i segni di una rottura netta, di un tentativo di lasciarsi alle spalle non solo un luogo fisico, ma un'intera esistenza di sfruttamento.

Elena, arrivata in Italia solo tre mesi fa dalla Romania, era stata inizialmente impiegata come bracciante agricola, un lavoro duro e malpagato che, come accade a molte giovani in condizioni di fragilità, l'aveva poi spinta verso la strada. Una transizione, quella dalla campagna al marciapiede, che parla di un sistema di reclutamento e di miseria che si autoalimenta, e che aveva trovato in quell'angolo di Puglia un palcoscenico crudele. L'amica, più grande di lei, condivideva con Elena non solo l'appartamento a Canosa di Puglia, ma anche questa doppia vita fatta di lavoro nei campi e di ore passate sull'asfalto, in attesa di clienti, fino a quel 2 marzo in cui la ventunenne è salita su quell'auto e ha deciso di chiudere con tutto.

Un allontanamento tra sentimenti e paura dello sfruttamento

La doppia pista investigativa, quella sentimentale e quella legata al racket, si intrecciano ora nella ricostruzione degli inquirenti senza che l'una escluda necessariamente l'altra. La fuga con un ragazzo appena conosciuto potrebbe essere stata anche un modo, forse l'unico che Elena ha visto possibile, per sottrarsi alle minacce dello sfruttatore albanese e alla morsa della prostituzione. Un gesto impulsivo, certo, ma che racchiude in sé una ricerca di libertà, sebbene compiuta attraverso l'affidamento a un altro uomo, in un paese straniero, con tutti i rischi che una scelta del genere comporta. La polizia sta ora cercando di ricostruire l'esatta dinamica di quei giorni e la natura del rapporto tra i due giovani, sentiti e ascoltati per verificare che non vi siano state pressioni o violenze, sebbene al momento non emergano elementi che facciano pensare a un coinvolgimento forzato della ragazza.

L'epilogo positivo di questa storia, con Elena viva e in buone condizioni di salute, non cancella tuttavia i temi inquietanti che hanno fatto da sfondo alla sua scomparsa. L'esistenza di un racket della prostituzione che controlla le strade, che minaccia ragazze giovanissime e le costringe a pagare un tributo, è una realtà che questa vicenda ha riportato alla luce con forza. E se per Elena la fuga d'amore, se così vogliamo chiamarla, ha rappresentato una via d'uscita, rimangono aperte le indagini nei confronti di quell'uomo albanese che pretendeva denaro, per capire se dietro le sue minacce si celi un'organizzazione più vasta, e quante altre giovani, in silenzio, continuano a subire lo stesso sfruttamento.

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