La geopolitica del Donbass e le fragilità europee di fronte al nuovo scenario globale
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Redazione Esteri
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La guerra in Ucraina, che ha il suo epicentro strategico e simbolico nel bacino del Donbass, ha smascherato, con una crudezza quasi chirurgica, le profonde crepe nelle valutazioni strategiche occidentali, in particolare di quelle europee. Sebbene il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, abbia più volte evidenziato i rischi di un conflitto lungo, appare evidente come una certa narrativa iniziale, quella che prometteva una sconfitta militare della Russia sul campo, si sia infranta contro la realtà dei fatti. Una realtà che, oggi, vede una Russia non sconfitta e un'Ucraina semidistrutta, costretta a una resistenza eroica ma estenuante. La Casa Bianca, con l'amministrazione Trump nuovamente al timone, analizza la situazione con un pragmatismo glaciale, lontano dagli idealismi che hanno spesso caratterizzato il dibattito europeo, e giudica ormai insostenibile, sul lungo periodo, la prospettiva di un proseguimento indefinito delle ostilità senza un chiaro disegno politico.
L'Europa e la "guerra metafisica": l'assenza di un fine politico
Proprio la mancanza di un obiettivo politico concreto e raggiungibile rappresenta il tallone d'Achille dell'approccio europeo al conflitto. Molti osservatori criticano una certa Unione Europea per aver abbracciato quella che potrebbe definirsi una "guerra metafisica", dove il sostegno a Kiev è diventato un fine in sé, svincolato da una chiara visione diplomatica. Si è dimenticato, come insegnava Clausewitz, che la guerra è soltanto un mezzo, per quanto tragico, al servizio della politica, e che il suo scopo ultimo dovrebbe essere una pace stabile. Invece, il Vecchio Continente, che da decenni non conosce la guerra sul suo suolo, si è limitato a sostenere all'infinito uno sforzo bellico, senza mai porsi seriamente il problema di quale soluzione negoziata si potesse o si volesse raggiungere, ignorando platealmente gli squilibri di forza sul terreno.
La svolta imposta da Trump e Putin e i timidi movimenti europei
È stato necessario l'intervento dei due attori principali, seppur su fronti opposti, per tentare di scardinare questa impasse. L'annuncio di Putin di non essere in procinto di incontrare Trump, perché gli eventuali accordi sono "in alto mare", segnala comunque un cambio di fase, dove la trattativa, per quanto complicata, torna al centro. Questa dinamica costringe l'Europa a uscire dalla sua comfort zone. Contro le narrative che la dipingono come un gigante immobilista, l'Unione ha comunque mostrato segni di movimento, ad esempio sul piano delle sanzioni o degli aiuti, sebbene spesso in ritardo e in modo frammentato. Il rischio, ora, è di essere relegata a spettatrice di un gioco diplomatico le cui regole sono scritte altrove.
Kiev e il Moloch della retorica bellicista
In questo quadro complesso, l'unico vero nemico per la stessa Ucraina rischia di diventare la guerra in sé, quando essa viene elevata a unica opzione possibile. Demolire la retorica bellicista, che vede nella soluzione armata totale l'unico sbocco concepibile, è un'operazione necessaria per iniziare a ragionare su una svolta. Una svolta che non può ignorare la controparte russa, da trattare non come un nemico da annientare in un conflitto senza fine – prospettiva ormai illusoria – ma come un interlocutore con cui, alla fine, si dovrà trovare un modus vivendi, per quanto precario. Le analisi che continuano a celebrare unicamente la coesione atlantica e l'invio di armamenti, sebbene importanti, suonano sempre più come un "canto funebre" se disgiunte da una strategia politica coraggiosa e realistica, l'unica che può porre le basi per una pace duratura.




