Presi i latitanti d’oro: gestivano immobili tra Dubai e Tenerife

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ronzio degli elicotteri ha risvegliato all’alba la provincia di Caserta, ma il colpo inferto ai Casalesi risuona ben oltre i confini nazionali. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di 23 indagati, smantellando di fatto la reggenza del clan Zagaria. Quella che emerge dalle seicento pagine del GIP Fabio Provvisier è la fotografia di un’organizzazione che, lungi dal limitarsi alla tradizionale gestione del racket, aveva ormai strutturato un impero economico con ramificazioni internazionali, investendo capitali illeciti in paradisi fiscali come Dubai e Tenerife. Non si tratta, quindi, di una semplice operazione di contrasto sul territorio, bensì di un’offensiva globale che ha preso di mira i “colletti bianchi” e i prestanome utilizzati per ripulire i proventi della droga, delle estorsioni e dell’usura.

Sotto la reggenza di Antonio e Carmine Zagaria – fratelli del boss Michele, recluso al 41-bis – il gruppo casertano aveva infatti rilanciato in grande stile le proprie attività, mantenendo saldi i tentacoli sul tessuto imprenditoriale locale ma proiettando le ambizioni verso lidi più sicuri. Le indagini hanno permesso di sequestrare rami d’azienda per un valore complessivo di 40 milioni di euro, dimostrando come il denaro sporco venisse convogliato all’estero per eludere i radar degli inquirenti. Un esempio lampante di questa strategia è rappresentato dalla cattura di Filippo Capaldo, nipote prediletto di Michele Zagaria, avvenuta proprio a Tenerife: dopo essere stato scarcerato nel 2019, l’uomo si era trasferito nell’arcipelago spagnolo da dove, stando alle accuse, continuava a gestire gli interessi occulti della cosca.

Il business dei rifiuti e la mediazione politica

L’inchiesta della Dda ha svelato, inoltre, le infiltrazioni del clan nel ciclo dei rifiuti, un settore storicamente appetibile per la camorra. Al centro di questa rete vi è Ivano Balestrieri, patron della Isvec, finito ai domiciliari. Secondo il GIP, Balestrieri avrebbe ricevuto 200mila euro direttamente dalla galassia Zagaria – tramite Alfonso Ottimo, uomo di fiducia di Capaldo – per acquisire il controllo del mercato. Ma l’aspetto più inquietante dell’operazione riguarda i rapporti tra la criminalità organizzata e la politica locale. Nelle carte dell’ordinanza compaiono le conversazioni – risalenti al 2019 – del consigliere regionale di Forza Italia, Giovanni Zannini (non indagato in questo filone), con Franco Lombardi, descritto come il “portavoce” dell’ala imprenditoriale del clan.

“A me basta che mi fai uscire 100 voti a Santa Maria Capua Vetere”, diceva Zannini in un’intercettazione, riferendosi alla tornata elettorale del 2020. Lombardi, da parte sua, garantiva l’appoggio della rete criminale, vantando la capacità di mobilitare centinaia di preferenze. Poco dopo questi contatti, e un incontro diretto tra i due avvenuto all’interno di un’auto nel rovente agosto mondragonese, il Comune di Mondragone affidò in via d’urgenza il servizio di igiene urbana alla Isvec, nonostante la società non possedesse apparentemente tutti i requisiti necessari. Un meccanismo collaudato, questo, che trasformava gli appalti pubblici in una preda da spartire, soffocando la concorrenza lecita e avvelenando il sistema economico.

Il cartello della cocaina con la ‘ndrangheta

Se i rifiuti rappresentano il fronte classico della penetrazione camorristica, il salto di qualità del gruppo Zagaria è avvenuto nel narcotraffico. L’indagine ha infatti documentato un asse criminale di primo livello tra il clan casertano e la potente ‘ndrangheta calabrese. In particolare, l’intesa è stata stretta con la famiglia Bellocco di Gioia Tauro, garante dei rifornimenti di cocaina destinati al mercato casertano. Non si parla più di piccoli spacciatori locali, ma di un canale diretto con i fornitori calabresi, capace di immettere sul territorio partite consistenti di droga. Al centro di questo network vi è ancora una volta Carlo Bianco, coadiuvato dal suo fidato “organizzatore” Pasquale Padulo; un sistema logistico che garantiva un flusso costante della sostanza, a dimostrazione di come l’alleanza tra le diverse mafie italiane rappresenti ormai una piaga strutturale e non più episodica.

Estorsioni, usura e il controllo del territorio

Nonostante l’evoluzione “imprenditoriale” e l’apertura verso i mercati internazionali, il clan non ha mai abbandonato i metodi tradizionali del controllo del territorio. Le estorsioni, l’usura e persino il controllo delle slot machine continuano a rappresentare il carburante fondamentale per le casse dell’organizzazione. L’inchiesta ha ricostruito un sistema capillare di prevaricazione, dove il “marchio” dei Casalesi veniva utilizzato per imporre macchinette da gioco nei bar o per costringere imprenditori onesti a cedere le proprie attività. In un caso riportato dagli atti, un’azienda agricola è stata letteralmente soffocata da un prestito usurario, passando di fatto sotto il controllo degli Zagaria. La violenza, seppur meno plateale rispetto al passato, rimane dunque lo strumento ultimo di persuasione. Con questa operazione, i carabinieri del Ros e del comando di Caserta hanno restituito un colpo durissimo a un sistema che aveva imparato a nascondersi dietro facciate pulite e conti correnti esteri, ma la cui sostanza – fatta di sangue e soprusi – non cambia mai.

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