Alex Zanardi, Ayrton Senna e le curve del destino: quei due campioni uniti per sempre
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Redazione Sport
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Aveva perso le gambe, ma trovato tanto altro “grazie ai motori”. Alex Zanardi diceva così. E in un lontano giorno di settembre del 2008, quando era uscito per un giro da dieci minuti ma non era rientrato, qui all’autodromo di Imola, salvo poi ripresentarsi con il muso di una Bmw a pezzi e un carico di ghiaia, Alex Zanardi aveva ribadito che “grazie ai motori” poteva capitare di tutto, perché le divinità delle due e quattro ruote sono crudeli e capricciose. Prendono e tolgono, soprattutto tolgono. Eppure a lui, anche quella volta – erano i giorni del campionato Wtcc –, non avevano tolto tutto. “Sono uscito alla Rivazza, la macchina ha fatto un salto e sono finito fuori nella parte alta della curva. Mi sono emozionato, i ricordi in quella curva sono tanti”, aveva raccontato. In quella stessa curva, la Rivazza, da ragazzo andava con gli amici a vedere le gare di Formula 1, quelle che avrebbe corso qualche anno più tardi. E lassù, tra la ghiaia e l’asfalto della Santerno, il destino aveva già incrociato il suo con quello di Ayrton Senna.
Un sorpasso che valse un campionato
Nel 1996 a Laguna Seca, California, Alex Zanardi compì una delle manovre più audaci nella storia dell’automobilismo americano. All’epoca correva nel campionato Cart, alla guida della Reynard-Honda, e all’ultimo giro della gara attaccò il leader Bryan Herta alla famigerata curva del “cavatappi”. Lo sorpassò con una traiettoria impossibile: tagliò letteralmente la curva, sollevò polvere, toccò le vibrazioni e si ritrovò miracolosamente davanti, lasciando Herta e il pubblico a bocca aperta. Il sorpasso è diventato leggenda, un simbolo del coraggio e dell’istinto di un pilota che non si arrendeva mai. “Non credevo che nessuno, nemmeno Bryan, si sarebbe aspettato un sorpasso in quel punto, e sapevo anche che non poteva vedermi perché stava scendendo giù per la collina“, raccontò Zanardi. “Ero sicuro di averlo colto di sorpresa. Era molto rischioso. C’era pochissima percentuale di successo”. Chip Ganassi, proprietario del team, regalò poi a Zanardi la monoposto con cui vinse i titoli del 1997 e 1998, un gesto che suggella il legame profondo tra il pilota italiano e la sua seconda casa americana.
L’abbraccio mancato con il mito
Il legame con Senna, però, era più intimo, quasi spirituale. I due si erano incrociati più volte: la prima a Barcellona, al briefing del Gp di Spagna del 1991. “Ciao, io sono Ayrton”, disse il brasiliano. E Alex da Castel Maggiore rispose solo: “Lo so”. “Non mi venne in mente nulla di più intelligente”, scherzò anni dopo. Ma fu l’incontro ai tempi della Jordan a segnarlo davvero: quando Zanardi fu chiamato a sostituire Michael Schumacher, Senna andò a cercarlo per incoraggiarlo. Gli disse di non preoccuparsi, che la macchina era buona, che tutti sono esseri umani e nessuno è magico. In quel momento, Zanardi capì che Senna era un grande uomo anche quando si toglieva il casco. Avrebbe voluto diventargli amico, ma il tempo – si sa, nel motorsport è una risorsa in esaurimento – non glielo concesse.
La coincidenza crudele del primo maggio
E proprio il tempo, o meglio il destino, ha voluto che se ne andassero lo stesso giorno. Alex Zanardi è morto il 1° maggio 2026, a 59 anni. Esattamente 32 anni prima, il 1° maggio 1994, Ayrton Senna perse la vita sullo stesso circuito di Imola che Zanardi amava tanto. Senna, per un’ulteriore e singolare coincidenza, spirò all’Ospedale Maggiore di Bologna, la città natale di Zanardi. Una sovrapposizione che riaccende con forza la memoria collettiva di uno degli eventi più drammatici della storia della Formula 1. Il mondo del motorsport si trova a fare i conti con questa coincidenza che ha colpito profondamente appassionati e addetti ai lavori: due campioni, due modi diversi ma complementari di vivere la velocità – il primo come talento assoluto e istinto competitivo, il secondo come esempio di resilienza e capacità di ridefinire i propri limiti – accomunati per sempre dalla stessa data sul calendario.
La rinascita dopo l’incubo del Lausitzring
La vita di Zanardi era già stata segnata da una linea di demarcazione netta: il 15 settembre 2001. Sul tracciato tedesco del Lausitzring, dopo una splendida rimonta dal fondo della griglia, perse il controllo della sua monoposto a 13 giri dal traguardo. La vettura di Alex Tagliani lo centrò in pieno a velocità folle: il telaio si spezzò in due. Arrivò all’ospedale di Berlino con meno di un litro di sangue in, dopo aver ricevuto l’estrema unzione dal cappellano del campionato. Seguirono 17 interventi chirurgici e 7 arresti cardiaci, quattro giorni di coma. L’amputazione di entrambi gli arti inferiori sembrava la fine di tutto. Invece, tre mesi dopo, al Motor Show di Bologna, Zanardi si alzò in piedi dalla sedia a rotelle, regalando al mondo una delle immagini più potenti di forza di volontà mai viste. Poi arrivarono le Paralimpiadi, le medaglie d’oro, le maratone in handbike. Fino a quel maledetto 19 giugno 2020, quando in provincia di Siena, durante una staffetta benefica, perse il controllo della sua handbike e si scontrò con un camion. Da quel giorno, sei anni di lotta silenziosa, lontano dai riflettori, fino all’addio che lo ha riunito, chissà, al suo angelo col casco giallo.




