La doppia vita (e rinascita) di Alex Zanardi, il «bambino impavido» che se n’è andato come Senna
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Redazione Sport
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C’era un modo, quasi infantile, di chiamarlo alle elementari di Castel Maggiore: «bambino impavido». E Alessandro Zanardi, che di quel coraggio ha fatto una ragione di vita prima ancora che una cifra sportiva, quel soprannome lo ha onorato fino all’ultimo respiro, quello che si è spento oggi, 2 maggio, dopo sei anni di attesa, di terapie, di silenzi spezzati solo dalla speranza di chi non voleva arrendersi all’evidenza. Il paradosso, amaro e quasi poetico, è che se ne va lo stesso giorno di Ayrton Senna – un’altra leggenda della pista – ma mentre il brasiliano morì sul colpo, lui, Zanardi, ha lottato come solo un uomo che aveva già perso entrambe le gambe in un incidente in CART (era il 2001) poteva fare: un passo alla volta, un millimetro di coscienza alla volta, senza mai riconquistare davvero se stesso.
L’incidente che lo ha messo definitivamente fuori gioco, quello che i tabloid ricordano come lo «schianto di Pienza», è avvenuto sulla statale 146, nel cuore del Senese, mentre partecipava a «Obiettivo Tricolore», una corsa benefica non competitiva. Un camion, un impatto secco, poi il ricovero, l’operazione, e da lì un calvario clinico durato sei anni. Sei anni durante i quali l’Italia – e non solo – ha continuato a chiamarlo «campione», anche quando giaceva in un letto d’ospedale senza poter più stringere il manubrio della sua handbike. Quella handbike con cui, dopo l’amputazione, aveva riscritto ogni possibile copione: otto ori paralimpici, dodici titoli mondiali, una carriera da atleta paralimpico che faceva impallidire quella, pur notevole, da pilota di Formula 1 (44 Gran Premi in otto anni, tra il 1991 e il 1999).
Le reazioni, inevitabili e spontanee, si sono naturalmente susseguite lungo tutta la giornata. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lo ha ricordato come un uomo che «ha saputo rimettersi in gioco ogni volta», mentre il numero uno del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli, lo ha definito «esempio e motore per tutti». C’è stato anche un post, asciutto e diretto, del vicepremier Matteo Salvini: «Buon viaggio Alex, grande uomo, sportivo e combattente». Ma forse il gesto più significativo arriva dal Comune di Bologna, che già nel 2012 gli aveva conferito il Nettuno d’oro. La motivazione di allora, oggi riletta come un testamento morale, parlava di un uomo che «ha dimostrato di essere un grande campione nella vita e nello sport», aggiungendo che «grazie al suo impegno nel sociale ha ridato speranza a molte persone disabili, diventandone punto di riferimento».
Non c’è retorica, in queste parole, per quanto possano apparire scontate a chi la retorica la teme. Zanardi non ha mai fatto della sua disabilità uno spettacolo, né un titolo di merito separato. La perdeva, le sue gambe, in un incidente in CART nel 2001, quando era già un pilota affermato oltreoceano. E invece di ritirarsi in un cono d’ombra – come avrebbe fatto chiunque, ed è lecito pensarlo – si è reiventato. Ha preso una handbike, ha ricominciato a pedalare con le braccia, e ha vinto. E ha vinto così tanto da far dimenticare, per un lungo tratto, che quell’uomo lì era lo stesso che aveva corso in Formula 1 al fianco di Schumacher. Il dolore, quello vero, non è mai stato esibito. E forse è per questo che la sua scomparsa, annunciata oggi senza clamore ma con la dignità di chi ha combattuto fino all’ultimo secondo, colpisce come un pugno nello stomaco. Pensavamo fosse immortale, quel «bambino impavido». Invece no. Se n’è andato lo stesso giorno di Senna, quasi a voler chiudere un cerchio che nessuno aveva disegnato.
L’incidente in Toscana e i sei anni di agonia
Sulla dinamica di quello schianto del 2020, gli inquirenti toscani hanno a lungo tenuto il punto: Zanardi procedeva su un tratto della statale 146, in una discesa, quando per cause ancora oggetto di perizia (ma mai completamente chiarite nei dettagli pubblici) ha invaso la corsia opposta, finendo contro un camion. L’impatto fu violentissimo, tanto che l’atleta venne elitrasportato in condizioni disperate. Da allora, una serie interminabile di interventi chirurgici, ricoveri tra Siena, Bologna e poi una struttura specializzata. Nessun bollettino medico ha mai più parlato di «risveglio» nel senso pieno del termine. Qualche miglioramento, qualche apertura degli occhi, ma la coscienza – quella che gli aveva permesso di trasformare una tragedia in una medaglia d’oro – non è più tornata. E così, per sei anni, l’Italia ha tenuto un fiato sospeso. Oggi quel fiato si è fermato del tutto.
Dal volante di F1 all’oro paralimpico: due carriere, un solo uomo
Prima di diventare simbolo di resilienza, Zanardi era stato semplicemente un pilota veloce. Forse non velocissimo per gli standard della massima formula – 44 Gran Premi, qualche punto iridato, nessuna vittoria – ma dotato di una guida istintiva e spettacolare, quella che in America, nella serie CART, gli regalò due titoli (1997 e 1998). Proprio durante una gara della CART, al Lausitzring in Germania, perse le gambe in un incidente terrificante: la macchina si spezzò in due, e lui perse il 75% del sangue. I medici dissero che era morto, poi rianimato. Lui, da par suo, rispose che voleva tornare in pista. Ci riuscì, persino a completare le ultime tredici tornate della stessa gara un anno dopo, usando un volante modificato. Ma la vera rinascita arrivò con l’handbike: qui non c’era più l’asfalto delle monoposto, ma la strada, la fatica, il sudore. E i risultati: quattro Paralimpiadi, otto ori, una valanga di record del mondo.
Il «Nettuno d’oro» e il ricordo di Bologna
La sua Bologna, quella di Castel Maggiore per l’esattezza, non lo ha mai dimenticato. Il Comune, nel 2012, gli concesse il Nettuno d’oro – la più alta onorificenza cittadina – con una motivazione che oggi, alla luce della sua morte, suona come una preghiera laica: «per aver dimostrato di essere un grande campione nella vita e nello sport, e grazie al suo impegno nel sociale ha ridato speranza a molte persone disabili, diventandone punto di riferimento». Nessun immaginario monumento potrà mai restituire il senso di quella speranza data a chi, dopo un incidente, si era visto portare via tutto. Zanardi non parlava mai di «superamento» in termini retorici. Mostrava, semplicemente, che si poteva ancora vivere. E vincere.




