Il ricordo di Luca e Paolo per Alex Zanardi: «Insegnava a tutti noi a stare al mondo»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Nel corso dell’ultima puntata di diMartedì, il duo comico Luca e Paolo ha spezzato il consueto ritmo leggero del programma per accendersi, piuttosto, di una luce diversa: quella del ricordo. A distanza di pochi giorni dalla scomparsa di Alex Zanardi, avvenuta il primo maggio 2026 all’età di cinquantanove anni, i due conduttori hanno voluto restituire al pubblico non tanto un ritratto sportivo dell’atleta – già abbondantemente celebrato altrove – quanto la dimensione umana di un uomo che, nelle loro parole, «ha insegnato a tutti noi a stare al mondo». Una frase, quest’ultima, che pesa come un macigno e insieme solleva chi ascolta, perché azzera qualsiasi retorica per lasciare spazio a un’ammissione nuda: Zanardi non era soltanto un campione capace di rimontare in bicicletta dopo aver perso entrambe le gambe, né l’ex pilota di Formula 1 e CART che aveva sfidato la morte sull’asfalto di Lausitz. Era, spiegano Luca e Paolo, «un amico, un essere umano speciale», qualcuno che con il solo fatto di esistere – e di reagire – aveva riscritto il manuale di istruzioni dell’esistenza. Nessuna costruzione agiografica, nessun eccesso di pathos: i due hanno parlato a bassa voce, quasi come si fa davanti a una perdita che non si riesce ancora a nominare del tutto.

L’abbraccio spezzato della ‘Due Giorni del Mare’: «Con Alex abbiamo perso un padrino»

Non solo il palcoscenico televisivo, però, ha restituito l’eco della sua assenza. Sul litorale toscano, a Marina di Massa, gli organizzatori della ‘Due Giorni del Mare’ – Samanta Cavaldonati e Nicodemo Fioravanti, animatori della Ciclo Abilia – hanno ricevuto la notizia con un dolore che non ha nulla di formale. Loro lo ricordano come colui che, per primo, aveva creduto in quella corsa di paraciclismo quando ancora era un’idea fragile, un tentativo; Zanardi si era presentato, aveva pedalato, aveva suggerito e, soprattutto, aveva prestato il suo nome e la sua spina dorsale – metaforicamente, si badi – a un evento che col tempo è diventato uno degli appuntamenti internazionali più attesi nel mondo dell’handbike. «Abbiamo perso prima di tutto un amico», ripetono, e poi quel “prima di tutto” non è una concessione retorica ma l’ordine esatto delle priorità. Senza la sua adesione convinta, senza quella sua capacità di trasformare una presenza in un marchio di garanzia, la Due Giorni del Mare sarebbe forse rimasta una gara locale. Invece è cresciuta, e loro oggi lo piangono come si piange un padrino: qualcuno che ha aperto porte senza chiedere nulla in cambio, limitandosi a esistere e a trainare.

Jovanotti e la pedalata dedicata: lo stesso anno di nascita, lo stesso senso della strada

Il vuoto lasciato da Zanardi, del resto, ha attraversato generi e confini, coinvolgendo artisti lontani dal mondo dei motori e del ciclismo. Lorenzo Jovanotti, che con Alex condivideva l’anno di nascita – entrambi venuti al mondo nel 1966 – ha scelto un gesto semplice e potentissimo: pubblicare un video in cui pedala, da solo, su una strada anonima, con un pensiero fisso per l’amico scomparso. «Dedico questa pedalata al grande Alex Zanardi, mio coetaneo, che ieri se n’è andato», ha scritto. Nessuna metafora contorta, nessuna dichiarazione a effetto: solo una bicicletta, due gambe che si muovono e il silenzio di chi sa che certe perdite non si commentano, si attraversano. Jovanotti non ha avuto bisogno di aggiungere altro, perché l’immagine di lui che spinge sui pedali – lo stesso movimento che Zanardi aveva reinventato con braccia e volontà – parla da sé. È un contrappunto laico a un funerale, e ha il pregio di non chiedere permesso per esistere.

Tomba ai funerali, tra i banchi di Santa Giustina: «Ci legava Bologna, è stato grandioso»

E proprio ai funerali, celebrati nella chiesa di Santa Giustina, si è materializzata un’altra icona di quell’Italia sportiva che sembrava aver dimenticato il coraggio. Alberto Tomba, arrivato poco prima della bara, ha dovuto aprirsi un varco tra un assedio di fotografi e curiosi – immancabile, annota qualcuno – e poi è sparito oltre il portale, occhiali scuri e spalle appena curve. Gli avevano riservato un posto in seconda fila, tra autorità e volti noti; nessuna first class dell’affetto, ma una collocazione discreta che sa di rispetto. Al termine della cerimonia, Tomba ha cercato la signora Anna, la madre di Alex, e ha speso poche parole per un’amicizia antica: «Ha saputo fare cose che non avrei mai fatto. Ci legava Bologna. È stato grandioso». Non un elogio funebre, non un pianto televisivo: un giudizio secco, asciutto, da atleta che sa riconoscere in un altro atleta qualcosa di più grande del risultato. Perché Tomba, in fondo, non ha mai avuto bisogno di imparare a vincere; ma da Zanardi, forse, ha imparato cosa significhi perdere tutto e ricominciare lo stesso. E quella lezione, a sessant’anni compiuti, non la si dimentica più.

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