Il figlio di Zanardi: “Non serve essere mio padre per avere una vita meravigliosa”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ultimo saluto ad Alex Zanardi, celebrato nella basilica di Santa Giustina a Padova, non si è trasformato in un tripudio di medaglie o nel mero racconto delle imprese sportive che pure ne hanno costellato l’esistenza. È stato, piuttosto, l’affresco intimo di un uomo comune, capace di abitare la leggenda senza mai uscire di casa. A sorpresa, a rompere il silenzio carico di commozione, è stato Niccolò, il figlio, il quale ha preso la parola per restituire ai presenti un’immagine inedita del campione: quella dell’Alex casalingo, alle prese con gli occhiali da vista definiti quasi “un telescopio della Nasa” o con il telefono tenuto a distanza di sicurezza per decifrare lo schermo. In quell’angolo di normalità, lontano dai riflettori, Zanardi rivelava la sua autentica grandezza.

Niccolò ha raccontato di un padre che, nei gesti quotidiani come preparare il caffè o impastare la pizza il sabato sera, non smetteva mai di sorridere. Ed è proprio da questa osservazione diretta che è scaturita la lezione più potente, depurata da ogni retorica sportiva. “Non serve essere Alex Zanardi per avere una vita meravigliosa” ha affermato, regalando una chiave di lettura universale a una perdita privata. Lui stesso, l’erede, ha spiegato come il padre gli abbia insegnato che la gioia e la gratificazione non nascono necessariamente dalle grandi sfide, ma dalla capacità di trovare il sorriso nelle piccole cose; una filosofia applicata anche quando il campione, con disarmante semplicità, chiedeva aiuto per “pistolare con lo Spid”, rivelando quell’altro Alex, lontano parente dell’atleta invincibile.

La definizione della cognata: “Combattente”

Se il figlio ha scelto la dolcezza delle abitudini, un’altra voce familiare ha scelto la forza bruta della definizione. Barbara Manni, cognata di Zanardi, è salita all’altare a nome di tutta la famiglia per consegnare al pubblico l’aggettivo che forse più di ogni altro racchiude l’esistenza dell’ex pilota. “Combattente. Credo che questa parola racchiuda la tua essenza più vera” ha dichiarato, sottolineando come quella fosse una natura autentica, vissuta lontano dagli stereotipi. Nel suo intervento, asciutto e intenso, ha voluto riconoscere il valore del “sostegno silenzioso” di chi gli è stato accanto, da sua moglie Daniela a suo padre Dino, senza i quali – ha detto – la storia che abbiamo ammirato probabilmente non sarebbe stata la stessa.

Al termine delle sue parole, quasi a suggellare il concetto con la forza della musica, le navate della basilica sono state invase dalle note di “Combattente”, il brano di Fiorella Mannoia scelto proprio per onorare quell’essenza irriducibile. Non si è voluto celebrare l’eroe che ha vinto quattro ori paralimpici o che ha saputo rialzarsi dopo il gravissimo incidente del 2001 in Germania; si è voluto omaggiare l’uomo che ha fatto della resilienza una bandiera silenziosa, un modo di essere prima ancora che di apparire. La canzone, ascoltata in un raccoglimento quasi assoluto, ha trasformato la parola in un manifesto sonoro, restituendo l’immagine di chi non ha mai smesso di lottare anche quando il mondo faceva male.

L’eredità delle piccole cose

Ciò che emerge dal racconto collettivo di quelle ore, al di là del clamore della folla accorsa a Padova nonostante la pioggia, è quindi un paradosso straordinariamente limpido. Alex Zanardi, l’uomo capace di imprese titaniche e di rimonte impossibili, lascia un testamento morale incentrato sulla minima unità di misura della giornata: il caffè preparato con cura, la pasta della pizza lavorata a mano, la confusione tecnologica di un genio dello sport alle prese con un’autenticazione digitale. Il figlio Niccolò ha voluto augurare a tutti, e a se stesso per primo, di riuscire a trovare ogni giorno quella scintilla nascosta nelle abitudini, perché è proprio da lì che si edificano le esistenze più grandi. Un messaggio che capovolge la logica contemporanea dell’eccezionalità e restituisce dignità assoluta all’ordinario.

Sull’altare, a vegliare la bara bianca, non c’era un trofeo, ma la sua handbike, il simbolo tangibile di una rinascita che è stata sì avventura sportiva, ma soprattutto metafora di una vita ricostruita pezzo dopo pezzo. Attorno a quel simbolo si sono stretti non solo i grandi nomi del calcio, dello spettacolo o della politica, ma anche gli atleti di “Obiettivo3”, la squadra voluta e finanziata da Zanardi, oggi guidata dal figlio. In quella staffetta ideale, nel passaggio di testimone tra un padre che non c’è più e un figlio che ne raccoglie l’umanità, si consuma l’ultima e più grande vittoria di Zanardi: quella di essere ricordato non per come correva, ma per come viveva.

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