Il figlio di Zanardi ai funerali: «Il segreto è trovare la gioia nelle piccole cose»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sopra Padova, il cielo plumbeo sembrava voler rispecchiare il dolore della folla, una massa composta e silenziosa che già dalle prime ore del mattino aveva invaso Prato della Valle; eppure, quasi per un inspiegabile atto di rispetto verso un uomo che ha sempre sfidato i limiti, la pioggia ha trattenuto il proprio scroscio fin quasi al termine della cerimonia. All’interno della basilica di Santa Giustina, ove si sono radunate oltre duemila persone, il rito funebre per Alex Zanardi – il campione scomparso il 2 maggio – si è trasformato in una lezione di umanità, lontana anni luce dai consueti elogi funebri riservati ai grandi dello sport. Accompagnato dalla moglie Daniela e dal figlio Niccolò -3, il feretro bianco, cosparso di fiori dello stesso colore, ha attraversato la navata sotto una pioggia di applausi, interrotta solo dal suono struggente di "Combattente" di Fiorella Mannoia.

«Non serve essere mio padre»: la testimonianza domestica di Niccolò

È stata la voce del figlio, Niccolò, a rompere il muro della retorica. Con un intervento a sorpresa, che ha sorpreso per la schiettezza e la profondità, il ragazzo ha voluto restituire ai presenti l’immagine di un "Alex di casa", fatta di gesti ordinari che, proprio per la loro semplicità, si rivelano straordinari. «Vi racconto l’Alex che si fa il caffè, che il sabato sera impasta la pizza, che entra in casa con due occhiali da vista a momenti simili a un telescopio della Nasa e ti chiede: 'Ascolta, aiutami a pistolare con lo Spid che io non ci capisco niente'», ha raccontato Niccolò, suscitando un sorriso commosso tra i presenti.

L’eredità più potente lasciata dal padre, ha spiegato il giovane, non risiede nelle medaglie paralimpiche o nei sorrisi esaltanti dei podi, ma in una filosofia esistenziale applicata alla quotidianità. «Quando lo vedi con i tuoi occhi fare il caffè sempre col sorriso, allora capisci una lezione fondamentale: non è necessario pensare alle grandi sfide per trovare la gioia», ha affermato. E aggiungendo una verità che suona come un lascito universale: «Non serve essere Alex Zanardi per avere una vita meravigliosa. Chiunque può averla e io auguro a tutti, per primo a me stesso, di trovare il sorriso nelle piccole cose, perché da lì si costruiscono quelle grandi».

La regola dei cinque secondi e l’omelia del congiuntivo

Nell’omelia, a tenere banco non è stato il racconto delle vittorie, ma l’aneddoto di un Autogrill dieci anni fa, narrato da don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi e grande amico del campione. Don Pozza, visibilmente emozionato ma determinato, ha ricordato l’incontro tra Zanardi e due ragazzi usciti dal carcere, le mani sporche di sangue e gli anni di detenzione alle spalle. «Lui li ascoltò come pochi li avevano ascoltati. Disse loro: 'Ragazzi, avete fatto un gran bel casino, porcavacca. Però, tanto di cappello per come state scavandovi dentro'».

E fu proprio lì, tra panini e bibite ghiacciate, che Zanardi rivelò l’essenza della sua "regola dei 5 secondi": non una tecnica sportiva, ma un esercizio morale per intercettare il bivio tra il bene e il male. «Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. Sono dappertutto: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. È l’idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d’altro rispetto a quello che stai per fare». Don Pozza ha poi consegnato ai fedeli un ritratto spirituale dell’uomo, contrapponendo due modi di vivere: «Chi ama l’indicativo, oggi rimpiange l’atleta che è stato. Chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l’uomo».

L’abbraccio della folla e i messaggi nascosti nei simboli

L’addio a Zanardi è stato anche una vetrina dell’affetto trasversale che il campione sapeva generare. Tra le duemila anime che gremivano Santa Giustina, seduti in banco, si alternavano i volti noti dello sport e della musica: da Alberto Tomba a Bebe Vio, da Gianni Morandi all’ex presidente del Coni Giovanni Malagò, fino ai ragazzi di "Obiettivo3", l’associazione voluta da Zanardi per promuovere la handbike tra i giovani con disabilità. Al termine della cerimonia, mentre la bara lasciava la chiesa, le note di "Ti insegnerò a volare (Alex)", la canzone composta da Roberto Vecchioni e Francesco Guccini, hanno accompagnato l’ultimo saluto, come un filo musicale che ricuce il tempo.

Fuori, nonostante la pioggia ormai cadesse fitta, il lungo applauso della folla non si è interrotto nemmeno quando il carro funebre si è allontanato. La moglie Daniela, visibilmente provata, ha rivolto un ultimo «grazie di cuore, siete immensi» a quella marea di gente, prima di salire in auto. In questa giornata di pianto, ciò che è emerso con prepotenza non è stato il rimpianto per il campione che ha perso le gambe ma ha vinto il mondo, bensì la gratitudine per l’uomo che trasformò un incidente in una nuova nascita, insegnando che la vita meravigliosa si costruisce un caffè alla volta.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.