Il figlio di Zanardi: «Non serve essere mio padre per avere una vita meravigliosa»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nella penombra della basilica di Santa Giustina, a Padova, là dove il respiro della folla si era fatto silenzio per lasciare spazio al dolore e al ricordo, Niccolò Zanardi ha preso la parola con una determinazione che non ammetteva retorica. Non era il figlio del campione, o almeno non solo quello, a raccontare suo padre: era piuttosto un ragazzo che, con la voce increspata dall’emozione ma mai sopraffatta, ha voluto restituire al mondo un’immagine privata, minuta, quasi profana di Alex Zanardi. Quella dell’uomo che, davanti allo schermo di un computer, chiedeva aiuto per “pistolare con lo Spid”, perché – e qui Niccolò ha sorriso, come se lo vedesse ancora lì, impaziente e un po’ burbero – “io non ci capisco niente”. Un dettaglio, questo, che ha squarciato il velo dell’epica per mostrare il lato domestico, goffo e tenero di un atleta leggendario: c’era anche quell’Alex lì, ha spiegato il figlio, accanto a quello dei trionfi e delle paralimpiadi.

La lezione nascosta nelle piccole cose

Proseguendo nel suo ricordo, Niccolò ha rivelato quella che forse era la filosofia più autentica ereditata dal padre: una lezione che non aveva nulla a che vedere con le vittorie o con la capacità di superare i limiti fisici. “Quello che ha sempre detto – ha raccontato, tenendo gli occhi fissi sulla bara – è che se tu trovi la gioia e il sorriso nelle piccole cose, come preparare il caffè, allora quelle sono le basi migliori per costruire una vita meravigliosa”. Non serviva, insomma, essere un campione paralimpico o un ex pilota di Formula 1 per accedere a quella felicità quotidiana di cui parlava; bastava saper riconoscere il valore di un gesto banale, di un attimo qualunque, trasformandolo in un fondamento solido e silenzioso. Una lezione impartita tra le mura domestiche, lontano dai riflettori, che il figlio ha restituito all’assemblea come un testamento intimo e irrinunciabile.

L’ultimo saluto tra note e carezze

Mentre all’esterno della basilica la folla – accorsa da ogni angolo d’Italia – prorompeva in un lungo applauso, il carro funebre è stato lasciato aperto: un gesto voluto per consentire a quelle stesse persone di avvicinarsi e dare l’ultima carezza alla bara. A scandire l’uscita del feretro, le note di “Ti insegnerò a volare (Alex)”, il brano che Roberto Vecchioni scrisse pensando proprio a lui, al suo modo di rialzarsi dopo l’incidente del 2001. Un incidente, quello in cui perse entrambe le gambe, che invece di spegnerlo lo aveva proiettato in una seconda carriera straordinaria, fatta di handbike e medaglie paralimpiche. Eppure, come testimoniato da chi l’aveva incrociato anche prima, Zanardi non era solo quello. Un giornalista che fu suo ospite nella trasmissione “E se domani” (2010-2011) ha ricordato di averlo incontrato quando ancora camminava con le protesi, e di esserne rimasto colpito non dal suo coraggio olimpico, ma dalla forza della sua stretta di mano. Un incontro, quello, dedicato a parlare di meduse e di scienza dei cittadini, lontano mille miglia dall’agonismo.

«Combattente», la parola della cognata

A nome dell’intera famiglia, prima della conclusione della cerimonia, è intervenuta anche Barbara Manni, cognata di Alex. Poche parole, ma pesanti come macigni: “Combattente. Credo che questa parola racchiuda la tua essenza più vera”. Un termine che non aveva bisogno di aggettivi né di spiegazioni, perché già di per sé restituiva l’intera parabola di un uomo che, dopo aver rischiato la morte in un circuito automobilistico e averla sfidata ancora una volta nel terribile incidente stradale del 2020, ha vissuto fino a 59 anni come se ogni giorno fosse una trincea da conquistare con il sorriso. Nessuna retorica del supereroe, però, nel racconto di Niccolò: solo l’immagine di un padre che, tra uno SPID da attivare e un caffè da preparare, continuava a insegnare che la felicità non si arrampica sugli allori, ma si annida nei gesti più semplici.

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