Zanardi e quel sorriso contro la vita: «Le gambe perse? Un vantaggio, trovo sempre parcheggio»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando un uomo come Alex Zanardi, scomparso il primo maggio scorso, raccontava la propria disabilità con una battuta sul parcheggio, non stava semplicemente scherzando. Stava, piuttosto, mettendo in scena quella che si potrebbe definire una vera e propria filosofia di resistenza, fatta di frasi incidentali capaci di ribaltare qualsiasi tragedia in aneddoto surreale. L’ironia, nel suo caso, non era mai una corazza; era, semmai, un’arma affilatissima per tagliare la pietà altrui. Nell’ottobre del 2004, ospite della trasmissione “L’antipatico” condotta dal direttore de La Verità, Maurizio Belpietro, Zanardi si lasciò andare a un’intervista nella quale il dolore – se mai c’era stato – appariva già metabolizzato e trasformato in carburante. «Aver perduto le gambe non è una tragedia, anzi... trovo sempre parcheggio», disse con quel tempismo comico che lo rendeva unico. E aggiunse, con una frase incidentale che pare uscita da un romanzo picaresco: «Il prete fece l’estrema unzione con l’olio motore, mi piace pensare di esser già pronto».

Il carattere scovato nella polvere della pista

Non c’è traccia, nelle sue parole, di quella retorica melensa che spesso accompagna le storie di grande sofferenza fisica. Zanardi preferiva un registro più asciutto, quasi meccanico, come fosse lui stesso un motore a scoppio. «La disabilità mi ha fatto scoprire il carattere», spiegò in quella stessa intervista, rivelando senza falsi pudori che l’incidente – l’enormità della perdita – aveva finito per restituirgli qualcosa di più grande: la consapevolezza di sé. Non usò termini vaghi come rinascita, né invocò la resilienza parola tanto abusata. Disse semplicemente che dentro quelle gambe perse c’era stato uno scavo, una rimozione violenta, e che da quello scavo era emerso un osso duro. L’intervista del 2004 non è un documento pietistico: è una lezione di stile che molti, ancora oggi, faranno fatica a eguagliare.

Rosy Bindi, Trump e la comica involontaria

Nella stessa trasmissione, o negli stralci dei fatti forniti, emerge un’altra figura, quella di Rosy Bindi, descritta – con un giudizio riportato e non soggettivo – come «più comica che lucida» a proposito di Donald Trump. Siamo a oltre un anno dalla sua rielezione, ormai dato politico assodato e non più notizia, eppure certe uscite italiche continuano a far sorridere per la loro distanza dal reale. Bindi, probabilmente, cercava di farsi notare in un panorama mediatico dove, se non si è cantanti destinati alla storia (o la storia si è dimenticata di te), l’unica via è un gesto clamoroso o una dichiarazione che cavalchi l’onda. Il meccanismo è semplice: non serve un brano che lasci il segno, né per la musica né per le parole. Basta apparire come un interprete contro il potere, magari con la «A» maiuscola, per raccattare l’attenzione che il talento non ha saputo attrarre.

Ancillotti e le moto nate lungo l’Arno

Altro versante, altre storie: quella della casa fiorentina Ancillotti, nata nel dopoguerra a San Frediano – lo stesso quartiere che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini – e capace di costruire un pezzo di storia delle due ruote. Partirono con le elaborazioni della Lambretta, collaborarono con la Beta dalla fine degli anni Sessanta, e poi si lanciarono in modelli propri da fuoristrada. Gli «Scarab», in particolare, fecero sognare un’intera generazione di giovani. Un pezzo di artigianato meccanico che diventa mito, tra foto d’epoca e telai saldati a mano. L’articolo originale, va detto, contiene una galleria fotografica che restituisce lo spirito di quei motori ruggenti e di quella Firenze operaia e ribelle.

Il Quirinale e i 235 milioni «da piangere»

E infine, il capitolo economico-istituzionale. Il Quirinale piange miseria, si legge, con un budget del Segretariato generale aumentato di 5 milioni nonostante la cifra complessiva venga definita «da piangere»: 235 milioni. La Presidenza segnala l’impatto dell’inflazione e l’aumento dei costi, tra pensioni da adeguare e consulenze da pagare. Dall’altra parte, crescono le polemiche sulle spese del Colle, alimentate da chi considera quelle cifre – mai abbastanza basse per l’opinione pubblica – uno spreco. Nessuna conclusione, nessun giudizio: solo il fatto, nudo e crudo, di un’istituzione che chiede più risorse in un momento di ristrettezze generali, e di una collettività che storce il naso.

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