Il silenzio che ascolta, il sorriso che resta: quell’incontro dimenticato (e ritrovato) con Alex Zanardi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ci sono incontri, e lo si capisce spesso solo a posteriori, che non restano confinati nell’angusto perimetro del momento in cui avvengono, ma continuano – silenziosamente, quasi senza chiedere permesso – a camminare accanto a ciò che fai, a ridisegnare la qualità del tuo sguardo sulle cose. Quello raccontato alla vigilia della Maratona di Firenze, nel novembre del 2011, tra Alex Zanardi e un piccolo stand benefico appartiene senza alcun dubbio a questa categoria. Non fu, stando a chi quel giorno lo vide, un passaggio veloce né tantomeno formale: il campione, che di lì a poco avrebbe corso tra le strade della città toscana, si fermò davanti al banco di “Regalami un Sorriso”, un progetto che capovolge la logica ordinaria della fotografia – non scatti venduti per profitto, ma immagini donate per generare solidarietà. E si fermò davvero. Ascoltò, osservò con attenzione, fece domande precise. Colse all’istante il senso profondo di un’iniziativa che, altrimenti, a molti sarebbe forse sembrata marginale.

L’ostinazione come grammatica, la bellezza come metodo

A raccontarlo, in queste ore, è chi quel giorno c’era e chi di quel breve frammento di tempo ha fatto una sorta di cifra interiore. Perché, è bene ricordarlo, Alex Zanardi – il cui nome, da quando se n’è andato il primo maggio scorso, riecheggia nelle cronache con una frequenza che non è solo cronaca ma quasi un esercizio di memoria collettiva – possedeva una dote rara: bastava un niente, un incrocio di sguardi, due frasi scambiate accanto a un banco di beneficenza, per lasciare il segno. Nessuna retorica. Nessuna celebrazione postuma. Semplicemente, lui era così. Lo hanno ribadito, in questi giorni, persone che con lui hanno condiviso molto più di un saluto in autogrill o di una foto ricordo. Il dottor Claudio Costa, ad esempio, che a Zanardi è stato vicino fin da quel lontano e terribile 15 settembre 2001 del Lausitzring – l’incidente che gli costò l’amputazione di entrambe le gambe – ha scritto parole che suonano come una confessione intima: “Alex ha dato a me più di quello che io ho dato a lui. In questo momento dovrei dire di essere straziato dal dolore, ma Alessandro, con la sua amicizia e sensibilità, ha ridisegnato i confini della mia anima di medico e di uomo”. Non un elogio funebre. Una constatazione.

L’handbike vista in autogrill e quell’amico che ti spingeva oltre

Davide Cassani, ex commissario tecnico del ciclismo italiano, sessantacinque anni, lo racconta con un episodio che sembra uscito da un romanzo di formazione. L’inizio della seconda vita di Zanardi, dice Cassani, non fu un momento solenne o医疗mente programmato. Fu invece una mattina qualsiasi, in un autogrill qualsiasi, quando Alex vide una handbike – quelle biciclette spinte esclusivamente con la forza delle braccia – e la volle. Subito. Non ci pensò due volte. “Era una persona speciale – ha spiegato Cassani – alla continua ricerca di situazioni divertenti e faticose”. E aggiunge un dettaglio che dice molto sul rapporto tra i due: tu davanti a Zanardi potevi anche dare il massimo, ma lui – con quello sguardo buono e insieme ironico di chi ha già visto l’abisso – riusciva a spingerti comunque oltre. Non con un comando, non con un discorso motivazionale da manuale. Semplicemente essendoci. Essendo lui.

Rio 2016, Emanuele Lambertini e i giochi che restano addosso

C’è poi un altro racconto, meno noto forse, che riemerge in questi giorni di commiato. È quello di Emanuele Lambertini, che alle Paralimpiadi di Rio incontrò Zanardi in un modo che non ha più dimenticato. “Quell’incontro mi ha segnato – ha detto – il suo esempio è sempre con me”. Non occorre specificare se si trattasse di una gara, di un allenamento o di un semplice passaggio in un villaggio olimpico. Il punto è un altro: Zanardi aveva la capacità, forse inconsapevole, di trasformare ogni incrocio in una lezione non detta. Bastava poco, davvero poco. Un consiglio buttato lì, una risata, un gesto. E poi te ne andavi con addosso qualcosa che prima non c’era. I funerali del campione si sono celebrati nella basilica di Santa Giustina a Padova, con la presenza, tra gli altri, del sindaco di Bologna Matteo Lepore – città che per l’occasione ha proclamato il lutto cittadino, con le bandiere degli edifici pubblici a mezz’asta. Non per retorica, ma per riconoscere che certi vuoti, quando se ne va uno come Zanardi, non si misurano con il numero di medaglie ma con la quantità di umanità che hanno sparso intorno.

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