Palladino e quell’ambizione che non si accontenta del settimo posto: «All’Atalanta serve di più»
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Redazione Sport
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Non bastano i cinquantacinque punti in classifica, né quel margine di sei lunghezze – Ben sette se si considerano gli scontri diretti – che tiene al sicuro la zona Conference League. Raffaele Palladino, tecnico dell’Atalanta, al termine dello 0-0 casalingo contro il Genoa, ha scelto di togliersi i paraocchi. «Io sono ambizioso», ha dichiarato, smussando ogni entusiasmo di facciata per un pareggio che sa di poca cosa a tre giornate dal termine. La sua felicità, se di felicità si può parlare in una fase di stanca primaverile, si ferma al «percorso» compiuto da quando si è seduto sulla panchina nerazzurra: una risalita da una situazione «preoccupante e difficile» fino all’attuale soglia europea.
Ma è qui che il tecnico frena ogni slancio celebrativo, quasi a voler scongiurare l’appagamento che talvolta accompagna chi agguanta un treno continentale in extremis. Il settimo posto, con tutta la sua matematica precarietà legata all’esito della finale di Coppa Italia tra Inter e Lazio, non rappresenta per lui un traguardo, bensì un punto di partenza insufficiente. Le sue parole tradiscono un’inquietudine costruttiva: «A fine stagione faremo valutazioni con la società per costruire un’Atalanta ancora più forte». Nessuna dichiarazione di resa, quindi, ma un avvertimento chiaro a un ambiente che forse aveva imparato ad accontentarsi, in attesa di capire se le fatiche del finale (solo due punti racimolati nelle ultime quattro uscite) siano solo il frutto di una stanchezza fisiologica o il segnale di un limite strutturale.
Il messaggio dalla panchina e quei giocatori «risparmiati»
Nel dettaglio della gara contro il Genoa – finita a reti bianche alla New Balance Arena – Palladino ha fornito un’analisi tecnica che assume i contorni di un atto d’accusa nei confronti di alcuni suoi interpreti. L’episodio emblematico riguarda il riscaldamento prolungato di Giacomo Raspadori già nella prima frazione. Lontano dall’essere una semplice routine atletica, l’allenatore ha rivelato che si è trattato di una scelta studiata a tavolino: «Era un messaggio ad alcuni giocatori in campo che un po’ si risparmiavano e non facevano quello che serviva in quel momento, compreso dare una mano a difendere». È una frase che pesa come un macigno nello spogliatoio, dove il concetto di “sacrificio” sembra aver subito un’attenuazione preoccupante.
Non si contano le occasioni fallite o la traversa colpita da Raspadori nella ripresa, un episodio che ha fotografato la difficoltà offensiva di una squadra che crea ma non concretizza. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è la freddezza di Palladino nell’analizzare l’atteggiamento: l’accusa di “risparmiarsi” è la più grave che si possa rivolgere a un professionista, perché colpisce l’etica del lavoro anziché il semplice errore tecnico. L’allenatore sembra aver individuato un nervo scoperto nella maturità mentale del gruppo, un aspetto che diventerà centrale quando, a giugno, si siederà al tavolo con la dirigenza per pianificare il futuro.
L’intesa offensiva che non decolla e le scelte contro il Genoa
La decisione di schierare Scamacca e Krstovic insieme, con il primo che ha però perso troppi duelli individuali contro la retroguardia ligure (specie contro Ostigard), è stata spiegata come una necessità tattica dettata dal pressing «uomo a uomo» di De Rossi. Ma l’esperimento ha evidenziato un difetto noto ai tifosi nerazzurri: la mancanza di fluidità nell’ultimo passaggio. La stanchezza «fisica e mentale», ammessa dallo stesso tecnico, è diventata un’attenuante poco credibile per una rosa abituata a competere su più fronti.
Nella ripresa il cambio di pelle, con l’ingresso di Raspadori accanto a De Ketelaere a supporto della punta, ha donato maggiore vivacità sulle fasce. «Col doppio trequartista siamo stati più pericolosi», ha ammesso Palladino, anche se la traversa di Raspadori e i successivi tentativi di Ederson non sono bastati a scardinare il muro del portiere olandese Bijlow, autentico protagonista della sfida. Il pareggio, di fatto, sancisce la sostanziale impotenza di un attacco che nelle ultime giornate ha perso quella verve cinica che aveva caratterizzato la miglior gestione della squadra.
Verso il futuro: valutazioni in bilico per blindare l’Europa
Ora l’orizzonte è a corto raggio ma di bruciante attualità. Con Milan, Bologna e Fiorentina a chiudere il calendario, l’Atalanta deve difendere la sua attuale posizione senza più margini di manovra. Le parole di Palladino, riportate anche nella cronaca dell’Ansa, dipingono una squadra «al piccolo trotto», che non riesce più a schiacciare l’acceleratore quando servirebbe. Eppure, il dato più interessante non è tanto la cronaca del pari contro un Genoa già salvo, quanto lo sguardo lungo del tecnico.
La sua ambizione dichiarata rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato, è la benzina per spingere i Percassi a investire su un progetto più solido; dall’altro, è un implicito avvertimento per quei calciatori che, nel riscaldamento altrui, hanno visto riflesse le proprie colpe. La prossima stagione, nelle intenzioni di Palladino, non dovrà ripartire da un semplice settimo posto da difendere, ma dalla costruzione di una «Atalanta ancora più forte». In attesa di capire se il messaggio verrà recepito o se qualche pezzo della nave dovrà essere sostituito.




