Mikaela Shiffrin e quell’oro che sa di rinascita, tra ricordi e un distacco finalmente accettato
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Redazione Sport
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Quando si è fenduta la folla dei giornalisti americani, quella che si era stretta in un blocco quasi impenetrabile attorno alla super star, ci si è trovati davanti una Mikaela Shiffrin con gli occhi ancora lucidi. Non era bastato, evidentemente, essersi liberata di quella che oramai era diventata una sorta di maledizione, la medaglia d’oro che mancava da otto anni – quella che a Pyeongchang non aveva potuto vincere in slalom, disciplina regina per lei, e che in questa edizione di Milano Cortina le era addirittura sfuggita per due volte, nella combinata a squadre e nel gigante. No, il nodo era più profondo, e veniva da lontano. La sua vittoria, il cronometro che si era fermato su un dominante 1’39’’10, con un distacco di un secondo e cinquanta centesimi sulla svizzera Camille Rast, medaglia d’argento, e sulla svedese Anna Swenn Larsson, bronzo, non rappresentava soltanto il terzo oro olimpico in carriera, il quarto podio a cinque cerchi in totale. Quella corsa, per la trentenne del Colorado, significava soprattutto chiudere un cerchio iniziato dodici anni fa, quando a Sochi, appena diciottenne, era diventata la più giovane campionessa olimpica di slalom della storia.
E pensare che per anni, da quel trionfo in Russia, lo speciale olimpico le aveva voltato le spalle: a Pechino 2022, poi, era arrivato addirittura lo zero in sei gare, un digiuno che per una come lei, abituata a vincere praticamente sempre, aveva assunto i contorni del paradosso. In molti, negli Stati Uniti, avevano cominciato a sussurrare la parola “perdente”, quella che il presidente Trump, tornato alla Casa Bianca, utilizza senza troppe circonlocuzioni. Ma Mikaela, ieri, sull’Olympia delle Tofane, ha semplicemente cancellato tutto con due manche perfette, di quelle che si scolpiscono nella memoria, lasciando le avversarie a lottare per le briciole e regalando al pubblico – quello italiano, che l’ha sempre amata – l’ennesima prova della sua grandezza. Una prestazione che le ha permesso anche di staccare definitivamente Lindsey Vonn nel medagliere olimpico a stelle e strisce, diventando l’americana più decorata dello sci alpino. Un primato che la Vonn, costretta a casa dopo i tre interventi chirurgici subiti all’ospedale di Treviso per la brutta caduta in discesa, ha subito voluto celebrare con un “Huge congrats!” sui social, dimostrando che la rivalità lascia sempre spazio alla stima reciproca.
“Finalmente ho accettato la realtà”, il commosso ricordo del padre scomparso
C’è però un aspetto di questa vittoria che va oltre la classifica, oltre i tempi e le statistiche. Shiffrin, nella conferenza stampa successiva alla gara, ha aperto il suo cuore – cosa che non le capita spesso – e ha raccontato cosa sia realmente successo in quei pochi minuti tra la prima e la seconda manche, quando si è infilata sotto i panni per cercare di schiacciare un pisolino. Ha pianto, in quei minuti. Ha pianto pensando a suo padre Jeff, scomparso tragicamente nel 2020 in un incidente domestico, proprio all’inizio della pandemia. Un lume che l’aveva segnata a tal punto da farla stare lontana dalle piste per oltre trecento giorni. “Tutto ciò che fai dopo aver perso qualcuno che ami è un’esperienza nuova, è come rinascere”, ha spiegato la campionessa, con la voce rotta dall’emozione. Ha raccontato di aver trascorso anni a resistere a questa nuova realtà, a non voler accettare di dover vivere senza di lui. Poi, però, proprio in quel momento di apparente debolezza, è scattato qualcosa. “Forse oggi – ha confessato – è stata la prima volta che sono riuscita ad accettare questa realtà. Invece di pensare ‘affronto questo momento senza di lui’, ho voluto prendermi un attimo per stare in silenzio con lui”.
Una dimensione quasi spirituale, per una atleta abituata al rigore dei cronometri e dei pali stretti, che ha ammesso di aver messo in dubbio tutto, nei giorni precedenti: la propria grinta, la tenacia, la durezza. Persino le avversarie, chiedendosi perché dovessero essere così dannatamente brave e perché per lei non potesse essere più facile. Poi, però, ha deciso di entrare comunque nell’arena, come ha scritto in un lungo e toccante post sui social. E lì, al cancelletto di partenza, ha guardato il tracciato e ha spinto. Ha spinto per osare, per sognare, per credere. Lo ha fatto per sé, per la madre Eileen, sempre presente, per il fratello e la cognata in attesa di un bambino, e per il fidanzato Aleksander Aamodt Kilde. Lo ha fatto, soprattutto, per ritrovare quella connessione con chi non c’è più ma che, in un modo o nell’altro, non l’ha mai lasciata. La sua gara, dunque, non è stata soltanto la dimostrazione di una superiorità tecnica schiacciante – il margine sulla Rast è il più ampio in uno slalom olimpico dal 1998 – ma il sigillo su un percorso di rinascita personale che va ben oltre lo sport. Una vittoria che sa di catarsi, arrivata dopo otto gare olimpiche a vuoto e dopo anni di critiche e di pressioni. Una vittoria che, per una volta, ha un sapore diverso dal solito.




